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Love, Death & Robots Recensione stagione 1


Love, Death & Robots Recensione stagione 1

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Le serie di fantascienza antologica sono tornate di moda. Dopo il periodo d’oro vissuto con il seminale Ai confini della realtà (che non era proprio tutta fantascienza, ma comunque sfruttava il genere a grandi dosi), questo tipo di narrazione si è ridotta a pochi, fugaci prodotti. Come il sottovalutato I Viaggiatori, oppure Firefly e Dark Angel; e, ancora, se lo vogliamo vedere in ottica fantascientifica (ma contaminata da almeno un altra dozzina di generi) il Lost di J.J. Abrams.

Ma con l’avvento delle piattaforme streaming, ecco che questo formato torna di moda: serie che raccontano storie autoconclusive ambientate in un futuro più o meno prossimo o in realtà tangenti la nostra. Storie oscure, pessimiste, metafore della nostra società. All’inizio fu Black Mirror (stupenda serie britannica salvata da Netflix, il quale ha sviluppato anche un episodio interattivo, Black Mirror - Bandersnatch; poi Electric Dreams di Amazon Video che traspone le paranoie di Philip K. Dick. E ora questo Love, Death & Robots, approdato su Netflix lo scorso 16 marzo.

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Alle origini
L’idea alla base di Love, Death & Robots nasce più di una decade fa, quando David Fincher ebbe un incontro con Tim Miller, diventato famoso per aver diretto Deadpool, ma con alle spalle un curriculum come animatore (il videogame spaziale Mass Effect) e supervisore degli effetti speciali (Scott Pilgrim vs. the World). I due erano intenzionati a realizzare una nuova trasposizione animata di Heavy Metal.

Un po’ di cronistoria. Heavy Metal, nata nel 1977, era in origine una rivista che proponeva fumetti “alternativi” destinati a un pubblico adulto, che mischiavano fantascienza, dark ed epic fantasy, con abbondanti dosi di violenza ed erotismo. Sulle sue pagine sono comparse le firme di illustri artisti quali Moebius, Philippe Druillet, Milo Manara e persino H.R. Giger. Nel 1981 venne realizzato un film animato con episodi (9 in tutto) tratti dalle storie più famose apparse sulla rivista e ognuno di essi venne realizzato da uno studio d’animazione differente.

L’idea di Fincher e Miller si rivelò, però, irrealizzabile in quanto i diritti della rivista erano già opzionati, perciò i due tennero intatta la struttura antologica, lo scheletro formato da brevi corti animati, ma ne variarono (più o mneo) il tema. Il progetto iniziò così a circolare in cerca di finanziatori, ricevendo però solo porte in faccia, finché Netflix non lo mise in cantiere.

Il risultato sono 18 episodi con una durata variabile tra i 6 e i 17 minuti, ognuno realizzato (come per il film di Heavy Metal) da uno studio d’animazione differente, con tecniche che spaziano dal cartoonesco, all’anime, all’iperealismo (c’è persino un episodio in live action diretto dallo stesso Tim Miller), ma con un solo filo conduttore: l’amore, la morte e i robot. Anche se non tutti e tre in egual misura.

Per essere una serie (sin dal titolo) dichiaramente sci-fi, è interessante notare come sia rimarcato a più riprese anche un certo fascino per l’esoterismo e il folklore popolare.

Sex, blood & robots
Perché sarebbe stato questo il titolo più adatto per la raccolta: di scene d'amore ce ne sono pochissime, in compenso il sesso abbonda. La morte, invece, aleggia su tutto e spesso sopraggiunge in modo violento, inaspettato e terribilmente splatter. E i robots.... beh, quelli sono il vero fil rouge dell’antologia, anche se non sempre presenti in maniera così esplicita.

Love, Death & Robots rientra senza dubbio nel frangente dell’animazione estrema dato che, sia a livello visivo che contenutistico, è a dir poco esplicito (è vietato ai minori di 18 anni) e non si fa scrupolo di usare sesso e violenza a volte anche in modo pretestuoso e gratuito. Dal punto di vista della scrittura molti corti si basano su racconti di autori più o meno noti: Peter F. Hamilton (il ciclo L'alba della notte), John Scalzi (la saga di Old Man's War), Joe R. Lansdale (che in realtà con la fantascienza ha sempre avuto poco a che fare) e Alastair Reynolds (il ciclo della Rivelazione). Ma anche quando le storie sono originali è impossibile non riconoscere le fonti d’ispirazione letteraria.

Uno su tutte è Il dominio dello Yogurt, storia dalle premesse tanto surreali che sarebbe piaciuta “all’autostoppista galattico” Douglas Adams, al punto che sul finale sembra quasi di sentire le note di Addio e grazie per tutto lo yogurt.

Non solo fantascienza
Per essere una serie (sin dal titolo) dichiaramente sci-fi, è interessante notare come sia rimarcato a più riprese anche un certo fascino per l’esoterismo e il folklore popolare, un altro punto che accomuna Love, Death & Robots al sopracitato Heavy Metal. Infatti in almeno 5 episodi (che su 18 totali sono una più che discreta percentuale) vi sono vampiri, licantropi, creature mitologiche e leggende metropolitane.

Oltre a questo vi è anche una strana chiave di lettura (che sicuramente sarà un caso, ma ricorre in almeno 4 episodi) legata alla figura del gatto il quale, in qualche modo, rimanda a ulteriori declinazioni folkloristiche: per gli antichi egizi erano figure sacre, custodi di tombe, mentre durante l’inquisizione i gatti neri venivano considerati emissari del demonio se non demoni incarnati.

Ovviamente, essendo una raccolta, non tutti gli episodi sono allo stesso livello e molto dipende anche dai gusti personali dello spettatore, ma vista la breve durata, Love, Death & Robots merita sicuramente un’occhiata anche perché a fina visione si dimostra interessante sotto più di un punto di vista. E poi, così insolito e variegato, può essere un ottima spinta anche per chi non è avvezzo al genere.

Momenti cult

1x04 Tute Meccanizzate (Suits)
1x06 Il dominio dello Yogurt (When the Yogurt took over)
1x10 Mutaforma (Shape-Shifters)
1x14 Zima Blue
1x17 Alternative storiche (Alternate histories)

di Marco Filipazzi
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