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Recensione Silenzio in sala
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Black Death, ovvero Peste nera (letteralmente, Morte nera), ovvero un titolo che ci dice quasi tutto del film. I fatti che vengono raccontati in questo horror proveniente dalla terra d’Albione sono infatti ascrivibili a detti luoghi e a detto periodo storico, quel 1348 reso tristemente famoso dalla più grande pandemia che l’uomo (diciamo) civilizzato ricordi.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3/5

In questo contesto, il giovane monaco Osmund (Eddie Redmayne) decide di unirsi - con il solo scopo di allontanarsi dalle costrizioni monasteriali e raggiungere la bionda compagna - ad un gruppo di mercenari capitanati dal cavalier Ulric (Sean Bean). L’obiettivo della truppa, su ordine vescovile, è quello di raggiungere un remoto villaggio ove la Peste non ha attecchito; una volta giunti a destinazione, dovranno condannarne il capo a morte (in quanto accusato di negromanzia) e regolarsi come credono con il popolo, considerato pagano e lontano da Dio.

Come andrà la faccenda, ve lo lasciamo immaginare: il viaggio sarà più avventuroso del previsto, le cose nel villaggio non andranno secondo i piani, il modo di guardare al mondo e alle cose della truppa verrà messo in discussione dal pericolo tangibile e costante e così via. Tutto come ce lo aspettiamo, insomma, tutto secondo aspettativa; probabilmente è questa la cosa che emerge lungo i 102 minuti del pur innocuo Black Death. Il problema di questa schiera di film, usciti sui grandi schermi ma più presumibilmente pronti per essere affettati e serviti in una seconda-terza serata televisiva, è che si somigliano un po’ tutti; la faccenduola di cui si occupa il film in questione, giusto per fare un esempio, sembra l’ennesimo tentativo di spremere le ultime gocce dei successi nati sulla scia del quasi trentacinquenne The Wicker Man (che, peraltro, già aveva avuto il suo puntuale remake ufficiale nel 2006).

Né carne né pesce, Black Death va quindi a collocarsi in quello sciapo limbo di produzioni sospese fra cinema e televisione, fra know-how nella confezione (grazie alla quale - nonostante l’overdose di handycam - si riesce ad evitare l’effetto-baracconata) e standardizzazione di tutto il resto, primi fra tutti i personaggi e le loro tensioni morali. Da parte nostra, ci limitiamo a preferire il coraggio e il cuore con i quali un film pur non perfetto come il recente Valhalla Rising cercava di sublimare detti stati d'animo in un discorso cinematograficamente più intrigante.

Come andrà la faccenda, ve lo lasciamo immaginare: il viaggio sarà più avventuroso del previsto, le cose nel villaggio non andranno secondo i piani, il modo di guardare al mondo e alle cose della truppa verrà messo in discussione dal pericolo tangibile e costante e così via

di Giacomo Ferigioni
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