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Salt Recensione


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Quella della spia è una delle figure fondanti dell’immaginario occidentale. Da Mata Hari a James Bond, fino al recente Jason Bourne le declinazioni del genere sono state infinite.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Con Salt a misurarsi con gli spy movie è l’australiano Phillip Noyce, regista di thriller d’atmosfera, che trae l’ispirazione da alcune leggende metropolitane nate in seno ai servizi segreti americani per creare un film da 110 milioni di dollari. Per l’occasione lo sceneggiatore Kurt Wimmer, già autore di Sfera e Ultraviolet, ha ideato una minaccia globale che riporta il pensiero agli anni della guerra fredda tra URSS e USA.

Eveline Salt (Angelina Jolie) è un’agente CIA impiegata in operazioni di antiterrorismo sotto copertura. Nonostante una traumatica prigionia in un campo coreano, la sua vita procede in relativa tranquillità, familiare e lavorativa. Tutto cambia il giorno in cui Salt viene accusata da un membro dei servizi segreti russi di essere lei stessa un agente infiltrato, con lo scopo di preparare un fantomatico “giorno X”, che porterebbe al predominio russo sul mondo. Inizia così la fuga di Eveline, inseguita da un agente speciale e dal proprio premuroso ex collega, convinto dell’innocenza della donna. Ma chi è veramente Eveline Salt?

L’idea di una guerra segreta in atto tra alcuni vecchi fedelissimi della Russia comunista e gli Stati Uniti, condita dal ritorno di una minaccia nucleare non è esattamente nuova nè esattamente convincente, che tuttavia trova in Salt un approccio moderno anche grazie al ruolo della protagonista: in fuga, sola e bracciata da due schieramenti opposti, a confrontarsi con se stessa e le proprie verità. Noyce e Wimmer riescono a montare un gioco di equilibri tale da rendere vagamente realistico anche l’impianto più apertamente incredibile, tanto a livello di trama, quanto di dialoghi e sequenze.

Eveline Salt ([Angelina Jolie]) è un’agente CIA impiegata in operazioni di antiterrorismo sotto copertura

La storia trova un gancio nei recenti avvenimenti di cronaca, come la scoperta di una rete di spie ancora attive in territorio statunitense e la realtà arriva a giustificare la fantasia. Anche con alcune cadute di stile, come i russi sempre cattivissimi o l’idea a sorpresa di un inquietante progetto i cui dettagli sono già stati visti e sentiti mille altre volte, Salt riesce ad appassionare e a far sospendere l’incredulità quell’attimo in più che serve per convincersi di aver visto un buon film. Ugualmente a dare spessore a Eveline Salt sono Liev Schreiber e Chiwetel Ejiofor nelle parti del “poliziotto buono” e di quello “cattivo”. Angelina Jolie resta protagonista assoluta, ma il suo personaggio acquista definizione grazie allo sguardo dei comprimari, che riescono a dargli più forma e carattere di quanto lei stessa non esprima; in un equilibrio ribadito anche da scene d’azione che strafanno senza esagerare, aiutate dalla fotografia scura e dal taglio realistico di Phillip Noyce.

Non tutto viene spiegato e il film volutamente si lascia aperti spazi di manovra per un eventuale seguito. Salt è il tipico film che sul finale chiude una porta e spalanca un portone, candidandosi senza pudore al titolo di prossima trilogia hollywoodiana. Da vedere per chi ama il genere ed è alla ricerca di un film che porta in chiave moderna figure, impianti e schieramenti classici, conditi da tutte le sorprese e i colpi di scena che l’ambiguità morale dei nostri tempi ha permesso al cinema, nel tentativo (forse) di diventare il James Bond del 2000.

di Luca Mogini
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