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Recensione Silenzio in sala
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A ventitré anni dall’uscita nelle sale di Wall Street, film cult incentrato sul mondo e sulle speculazioni dell’alta finanza, Oliver Stone torna dietro la macchina da presa per firmare il primo sequel della sua longeva carriera. Dopo i recenti W. e World trade center, politicamente impegnati e pubblicamente dibattuti, Stone prosegue la propria opera di “drammaturgo sociale” tornando a immortalare la famosa via della finanza di New York.

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La sceneggiatura iniziata già nel 2006, dovette essere riscritta ex novo quando era quasi del tutto ultimata, dopo l’impatto della crisi finanziaria mondiale che ha colpito i mercati nel 2008. Ora come allora, Wall Street arriva nei cinema sulla scia di una pesante crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia mondiale (il prequel era uscito successivamente al lunedì nero del 1987).

Il film riprende la storia dopo uno stacco di vent’anni: il magnate finanziario dalla dubbia moralità Gordon Gekko (Michael Douglas) torna in libertà alla vigilia della crisi del 2008 e, come un profeta, cerca di avvertire tutti dell’imminente tracollo delle borse. Nessuno lo ascolta, ma quando la crisi si abbatte sui mercati, il giovane broker Jacob Moore (Shia LaBeouf), fidanzato con la figlia di Gekko che con lui non vuole più avere nulla a che fare, lo avvicina. Inizia così, tra i due, a costruirsi un ambiguo rapporto.

La dimensione finanziaria del film è affrescata con cura maniacale, al punto che per stessa ammissione di Stone occorrerebbe una laurea in economia per riuscire a capire tutte le sottili sfaccettature della sceneggiatura. L'altro filone narrativo sviscera invece il lato più umano di Gekko: ritornato in libertà si ritrova a dover fare i conti con una famiglia che lo ha rinnegato. Il figlio Rudy è morto di overdose e la figlia Winnie (Carey Mulligan) gli ha voltato le spalle, incolpandolo dell’accaduto. Il cast si dimostra all’altezza del compito: Douglas rispolvera la verve del suo vecchio personaggio (che gli valse l'Oscar nel 1988) donandogli nuova linfa, pur riportandolo in bilico su quella linea di confine tra viscido e affascinante.

Ora come allora, arriva nei cinema sulla scia di una pesante crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia mondiale (il prequel era uscito successivamente al lunedì nero del 1987)

LaBeouf, ansioso di scrollarsi di dosso la patina di “eroe da blockbuster” in cui è rimasto impigliato dai tempi di Transformers, si cimenta nella sua prima, vera interpretazione adulta, riuscendovi egregiamente. Si conferma un astro nascente anche Carey Mulligan, scoperta grazie alla sua magistrale interpretazione in An Education e nessuno dei protagonisti sfigura accanto a mostri sacri del cinema quali Frank Langella (mentore di Moore), Josh Brolin (broker spietato e ambizioso) e Susan Sarandon (interpreta la madre di Moore, in un ruolo forse un po’ troppo forzato), otre che al redivivo Eli Wallach. Stone dirige un film forse non indispensabile, ma sotto molti punti di vista comunque necessario, che denuncia le incongruenze del libero mercato così come aveva fatto nel 1987, oltre che regalare un’ambigua parabola di redenzione e moralità vista sotto una contorta e cinica ottica moderna.

di Marco Filipazzi
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