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The Social Network Recensione


The Social Network Recensione

Recensione Silenzio in sala
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The social network comincia a piacere ancor prima di averlo visto. Ancor prima di intravederne i manifesti delle sale cinematografiche, o i trailer promozionali.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 2/5

E mentre viene annunciato, è già entrato nella top five dei film della propria cinematografia stagionale. Il motivo è semplice. Affrontare quel che si ignora richiede impegno intellettuale, scomoda rinuncia di certezze assodate e catartico rinnovamento. Mentre, per una sorta di asfittica assuefazione cerebrale cronica, si affronta con più entusiasmo ciò che già si conosce. E la lettura di un fenomeno globale, globalizzato e inglobante da parte di un regista tendenzialmente in contro tendenza, non può non risultare intrigante per forza di cose.

Mark Zuckerberg, geniale e sociopatico programmatore informatico, escluso dai prestigiosi final club di Harvard e dai fulcri della baldoria collegiale, dopo esser stato scaricato dalla ragazza per le invasive ossessioni di inferiorità, nell'arco di una sola notte crea “Facemash”, un sito dove tutti gli utenti del campus possono votare la più attraente fra coppie di ragazze del college scelte casualmente. Le 22.000 visite in sole due ore, oltre a mandare in crash i server dell'università, attirano l'attenzione dei fratelli Winklevoss in cerca di un programmatore per il progetto di un social network in cui tutti gli studenti di Harvard possono comunicare tra loro, aggiornando i propri profili.

David Fincher si accoda alla sceneggiatura geniale di Aaron Sorkin: non vuole prendere parte al discorso morale della giuria accusatrice, piuttosto isolare il futuro miliardario esattamente nella posizione in cui è, astante davanti alla vetrata della propria casa, all'interno del quale schiamazza il gruppo di amici da lui stesso fondato.

Appropriatosi dell'idea, Zuckerberg, insieme all'amico e compagno di camera Eduardo Saverin, crea “Thefacebook” e spinge i confini dell'applicazione ad altre università. Il successo che arride l'idea dei due giovani, in pochi mesi farà diventare il sito uno strumento economico (e non solo) da capogiro. E le battaglie legali sulla paternità del progetto originale sono soltanto l'inizio delle dibattute controversie della “creazione del secolo”.

Di paranoici dissociati David Fincher ne ha avvicinati, con la sua camera trasversa sull'odierna post-modernità decadente, più d'uno.

Dal detective Somerset (l'inarrivabile Freeman) di Seven al divulgativo, profetico e sovversivo Tyler Durden. A ben pensarci anche il club di Pitt e Norton era un elitario circolo per pochi eletti, dalla cui esclusività rischiava di rimanerne negletto il fondatore per via di quelle regole che egli stesso aveva diffuso e imposto, un focolare che si sarebbe esteso e sviluppato come una rete. Ben Mezrich (autore di Miliardari per caso – L'invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento) scalza Palahniuk, e Fincher parte ancora una volta dalla frustrazione e alienazione dei nostri tempi per dare voce all'ascesa individuale dei suoi protagonisti. Ma se in Fight Club la disumana società consumistica degli anni novanta esasperava la parossistica estraniazione del protagonista in deflagrazioni dai rimbombi eco-terroristici, il nuovo millennio innestato di realtà virtuali è il campo di rivalsa sociale (ed economica) ideale per il brillante nerd Mark Zuckerberg. E come le saponette che Durden vendeva ai ricconi ignari che il grasso dei detergenti era lo stesso delle loro costosissime liposuzioni, Zuckerberg dà in pasto alla subdola società di cui è alieno, il nuovo bene di consumo della nostra era – la privacy – uniformando e conformando più di 500 milioni di utenti ad un ipotrofico senso di socialità. Forse la vera, profonda rivalsa del fondatore di Facebook.

Attraverso flashback che collegano i primi mesi della genesi del network – strumento di socializzazione planetario e disgregatore delle uniche, autentiche amicizie, per i soldi, per la bramosia, per invidie da collegiali – con i processi intentati contro Zuckerberg (da parte dei Winklevoss e di Saverin), David Fincher si accoda alla sceneggiatura geniale di Aaron Sorkin: non vuole prendere parte al discorso morale della giuria accusatrice, piuttosto isolare il futuro miliardario esattamente nella posizione in cui è, astante davanti alla vetrata della propria casa, all'interno del quale schiamazza il gruppo di amici da lui stesso fondato. Protagonista escluso di una lisergica realtà smaterializzata, digitalizzata e incanalata nel non luogo per antonomasia: il web.

di Giuseppe Salvo
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