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Recensione Silenzio in sala
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Era il lontano 1995 quando Daniele Luchetti con La scuola, si aggirava tra i banchi e i tormenti (dei professori). Dieci anni dopo Fausto Brizzi, allevato da Neri Parenti e sceneggiatore di troppi Natali, esordisce alla macchina da presa ripercorrendo il viaggio (nella memoria) al di là della cattedra, tra sussurri e grida di giovani maturandi.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
Voto utenti: 3.0/5

Metti un’estate del 1989. Mettici pure la maturità alle porte e un gruppetto di diciottenni romani che prega e spera durante la “notte prima degli esami”.

Luca Molinari (Nicolas Vaporidis) decide, prima della grande prova, di sfogare in preda all’esaltazione, tutta la frustrazione repressa nei cinque anni di liceo attraverso una serie di improperi scaraventati addosso all’odiato e cinico professore di lettere Martinelli (Giorgio Faletti), salvo poi scoprire che farà parte della commissione interna agli orali. Luca è disperato. Con il suo gruppo di amici inseparabili, Alice (Sarah Maestri), Riccardo (Eros Galbiati), Massimiliano (Andrea De Rosa) e Simona (Chiara Mastalli), conosce ad una festa Claudia (Cristiana Capotondi) e se ne innamora perdutamente. Per tutto il tempo il nostro affezionatissimo, coraggioso e sincero nella sfrontatezza tipica dell’età, tenterà, nell’avvicendarsi di simpatici pasticci, di riconquistare la stima del suo insegnante e di rintracciare la bella Claudia, la quale, a sua insaputa è proprio la figlia di Martinelli che nel frattempo, ha lasciato il suo storico ragazzo e piange la morte della nonna (Valeria Fabrizi, una bravissima nonna moderna).

La sceneggiatura, frutto della collaborazione con Marco Martani e Massimiliano Bruno, oltre che dell’apporto fondamentale del produttore Giannandrea Pecorelli, riluce di freschezza e Brizzi è un narratore attento. Bravo nel dipingere la tenerezza e i sospiri di quegli anni dorati, esplora l’universo ed il linguaggio giovanile e lo esamina, restituendolo con tocco leggero e rivelando una certa versatilità nella creazione di situazioni comiche e battute divertenti.

Luca Molinari ([Nicolas Vaporidis]) decide, prima della grande prova, di sfogare in preda all’esaltazione, tutta la frustrazione repressa nei cinque anni di liceo attraverso una serie di improperi scaraventati addosso all’odiato e cinico professore di lettere Martinelli ([Giorgio Faletti]), salvo poi scoprire che farà parte della commissione interna agli orali

Il ritmo, sempre scorrevole, si giova di un montaggio serrato e di una scrittura asciutta e vivace. Il tutto rinforzato da una colonna sonora con tanta buona musica anni Ottanta che comprende hit di Cindy Lauper, Luis Miguel, Queen, Donatella Rettore, Raf e Antonello Venditti, che per la terza volta dopo In questo mondo di ladri e Ricordati di me viene saccheggiato dal cinema. Si sprecano i riferimenti agli 80’s nelle sue icone più rappresentative. Gli anni in cui alle feste si balla il Gioca Jouer di Cecchetto e si ascoltano gli Europe e i Duran Duran.

In cui si legge Alan Ford. Si parla e non si chatta. Ci si diverte con il subbuteo e con il Commodor 64. E si parte per Berlino, ancora divisa dal muro. Gli anni euforici degli yuppies rampanti e disprezzati nei ruoli della mamma di Claudia e del fidanzato avvocato. Gli anni in cui l’Invicta si porta a spalla, c’e lo Yoga alla pera al posto dello “spritz”, ci si affeziona ad una Simca 1000 e si telefona dalla cabina. Al centro, come sempre, la televisione, sintonizzata su Colpo Grosso e su Indietro Tutta.

Una volta trepidavamo per gli amori al sapore di mare degli allora ragazzini Ciavarro, Ferrari e Calà e ci identificavamo. Oggi amiamo perderci tra i banchi di scuola. Ed il risultato è un teen movie piacevolmente nostalgico con buoni picchi di umorismo. Brizzi procede sulla falsariga dell’iniziazione giovanile (gravidanze inattese e premature, delusioni d’amore, equivoci, tradimenti, la sacralità dell’amicizia che tiene insieme e dà forza, la maturità come prima grande prova dell’età “adulta”), ripescando tutti i temi più o meno abusati del giovanilismo. Stuzzica l’immaginario di ciascuno di noi e gioca col meccanismo (facile) dell’immedesimazione. Rifugge la caricatura ed è per questo insolitamente degno di lode. Ricca di suggestioni adolescenziali, la storia procede tra anacronismi vari ma ha il pregio di restituire un affresco divertente di quegli anni ruggenti. I suoi personaggi attraversano la soglia con l’innocenza e la spensieratezza dell’età giovanile e l’opera risulta nel complesso godibile. Brizzi punta sulla nuova leva di attori, già nota alle platee di adolescenti, la mescola in un cast vivace e sfoggia la sua punta di diamante, Giorgio Faletti, una carogna di professore. Il suo ritorno sul grande schermo è segnato da un’interpretazione equilibrata e brillante. Un irresistibile impudente e disilluso dal cuore tenero che, tra i suoi ragazzi, ricorderà pian piano di essere stato un giovane sognatore. Della serie anche i professori hanno un’anima. Non già un cult, ma un garbato abbozzo generazionale.

di Erika Di Giulio
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