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Stranger Things Recensione stagione 3


Stranger Things Recensione stagione 3

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L'unico problema di fare un esordio strepitoso sono le aspettative che vengono dopo. Nel 2016 Stranger Things ha debuttato su Netflix e da, allora, si è imposto come fenomeno di massa: un cocktail bilanciatissimo di sentimenti, nostalgia anni ’80 e citazioni. Il tutto dosato dalla grande capacità di scrittura dei suoi autori, gli allora sconosciuti Duffer Brothers. Così, al netto di una prima stagione perfetta (che avrebbe potuto anche essere autoconclusiva) e una seconda che non ha convinto del tutto critica e pubblico (anche se noi l’abbiamo amata forse più della prima), ecco che lo scorso 4 luglio è arrivata l’attesissima Season 3.

Per gli spettatori è passato un anno e mezzo da quel ballo strappalacrime sulle note di Every breath you take, ma nella narrazione appena una manciata di mesi. È l’estate del 1985, vigilia del 4 Luglio, e da subito appare lampante una cosa: i ragazzi sono cresciuti. E non solo fisicamente, in una sorta di inevitabile “effetto Harry Potter”, ma mentalmente. Adesso sono teenagers alle prese con i problemi tipici dell’adolescenza. All’inizio della stagione infatti ritroviamo Lucas e Max, Mike e El come coppie ormai consolidate. Persino Dustin, di ritorno da un campo estivo, sostiene di essersi fidanzato (anche se nessuno pare credergli).

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Amore, amicizia, padri e figlie
Attraverso i loro personaggi i fratelli Duffer esplorano il tema della presa di coscienza di se stessi, di cosa vuol dire essere maschi o femmine a quell’età. Siamo alla terza tappa di un percorso iniziato nella prima stagione con il concetto di amicizia; proseguito nella seconda con i primi, impacciati approcci amorosi; portato avanti qui con le prime relazioni sentimentali. E, ovviamente, vediamo le conseguenze sul gruppo di amici, che per la prima volta non agisce compatto, ma sparpagliato, frammentato, distratto dall’altro sesso, ricompattandosi solo nel finale. L’intera stagione è improntata sulle dinamiche di coppia, che mostrano diversi tipi di relazioni. Quella matura di Jonathan e Nancy, quella confusa e conflittuale tra Joyce Byers e lo sceriffo Hopper; quella distruttiva tra Billy ed Heather; il sincero rapporto di amicizia che nasce tra Alexei e Bauman; la più complessa e stratificata relazione tra Robin e Steve.

Il secondo episodio, The Mall Rats, ha un doppio filo narrativo che si dipana all’interno del centro commerciale; una puntata che è la summa del miglior John Hughes per la sensibilità dimostrata verso un argomento così complesso e delicato. Ci sono anche quei due splendidi dialoghi tra Steve e Robin (il primo legati alle sedie, il secondo in un bagno pubblico) che sono autentiche bombe a orologeria cariche di sentimenti e soprattutto sensibilità. Per non parlare della lettera a cuore aperto di Hopper, un altro tipo di relazione: quella dettata dall’amore incondizionato di un padre verso la figlia che ormai non è più una bambina: cristallina dichiarazione d’amore davanti alla quale è impossibile trattenere le lacrime. A conti fatti il grande escluso da queste dinamiche è Will Byers, non più intrappolato nel Sottosopra, ma confinato a personaggio secondario, ancorato alle sue sessioni di D&D, aggrappato a un passato che gli impedisce di crescere al pari dei suoi amici.

Siamo alla chiusura del cerchio, al terzo capitolo di una trilogia che ora può dirsi conclusa.

L’originale è un classico, ma il remake è più dolce, più audace, migliore
Se da una parte la “resa umana” dei protagonisti è basilare per far empatizzare gli spettatori con i personaggi, dall’altro lato non è sufficiente per decretare la riuscita della stagione. Non per una serie come Stranger Things, dove la componente horror/citazionistica è altrettanto fondamentale. Anche in questa season 3 le citazioni abbondano, d’altra parte fanno parte del DNA stesso di Stranger Things. Ma come già accaduto nella seconda stagione, sono sempre meno accessorie e sempre più funzionali, come se i Duffer avessero assimilato la lezione del cinema di Quentin Tarantino: prendere l’immaginario che conoscono e amano e reinventarlo come qualcosa di originale.

Come anticipato dal finale della seconda stagione, sebbene il portale sia stato chiuso, qualcosa è rimasto nella nostra dimensione. Qualcosa in cerca di un’ospite per poter riconquistare il suo potere, trovare “nuova carne” e sconfiggere i propri nemici. Al centro di questa sottotrama c’è Billy, il fratello di Mad Max, che qui si evolve da bullo della scuola a servo del Sottosopra. A lui sono collegati gli elementi più horror, che spaziano da gran parte del cinema di David Cronenberg (da Il demone sotto la pelle a Rabid - Sete di sangue sino agli ibridi informi de La Mosca), passando per George A. Romero (viene citato Il giorno degli zombie, ma è Down of the dead il vero punto di riferimento) sino a sfociare nel melting movie e sfiorare lo Yuzna di The Society. Una sottotrama che raggiunge la sublimazione non nello scontro finale allo Starcourt, ma nella scena in ospedale con Nancy e Jonathan, che strilla Carpenter a gran voce, rievoca il bellissimo The Void (a sua volta omaggio a un determinato immaginario horror anni '80) e nel design del mostro richiama quello degli alieni di The Deadly Spawn (molto più che La Cosa come in tanti hanno pensato).

Poi c'è il vero colpo di genio di questa stagione: la sottotrama a base di spionaggio con tanto di russi cattivi. È il 1985, siamo nel pieno della Guerra Fredda e, durante la corsa dei due stati alla ricerca dell'arma perfetta, ecco che i Duffer nascondono una base militare sovietica proprio sotto lo scintillante emblema dello sfrenato consumismo americano: un centro commerciale nuovo di zecca! Complotti, politici corrotti (il "sindaco in calzamaglia" Cary Elwes), messaggi in codice, tutto questo mentre un raggio dimensionale che sembra uscito da Howard e il destino del mondo, cerca di riaprire il passaggio per il Sottosopra.

NeverEnding Story
Mai come in questo caso la storia dei ragazzi di Hawkins si può dire conclusa. Con quel finale lì, così agrodolce, così strappalacrime, così perfetto, che altro si può aggiungere? L’addio e gli abbracci tra i protagonisti sono anche rivolti al pubblico; un saluto mentre la famiglia Byers si allontana verso una nuova città, una nuova vita, e i nostri occhi su questa sonnecchiosa periferia dell’Indiana si chiudono per sempre. Sarebbe un finale bellissimo, forse ancor di più di quei baci rubati alla fine della seconda stagione.

Siamo alla chiusura del cerchio, al terzo capitolo di una trilogia che ora può dirsi conclusa. E invece no! Una piccola appendice, una manciata di minuti ambientati nella fredda Kamchatka, sufficienti per mantenere aperta (di dieci centimetri) la porta del Sottosopra. Ancora non è arrivata alcuna conferma in merito rinnovo della serie per una quarta stagione, ma di certo arriverà a brevissimo dato il successo che ha riscosso in pochissimi giorni dalla sua uscita. E allora, come ogni volta, il dubbio che aleggia nella testa degli spettatori è sempre il medesimo: sapranno i Duffer Brothers giocare ancor più al rialzo? Dopo tre stagioni in cui ci hanno dato solo conferme, meritando la nostra fiducia... staremo a vedere.

Momenti cult

- 3x03: La cena in casa Holloway sulle note di America Pie;
- 3x04: Il colossale omaggio a <i><Shining></i> nel finale della puntata;
- 3x05: Nancy e Jonathan contro gli Scorticati in ospedale;
- 3x08: Il discorso a cuore aperto di Hopper.

di Marco Filipazzi
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