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Recensione Silenzio in sala
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Tratto da Luglio 80 di Giorgio Fabbri, vincitore del Premio Solinas 2007, L’estate di Martino è il primo lungometraggio di Massimo Natale che affida il suo debutto cinematografico ad una storia che intreccia la tragicità del reale alla beltà dell’immaginazione favolistica, quasi che il rifugio nel fantastico costituisca un modo per non dover vivere un’esistenza fin troppo dolorosa.

La voce fuori campo della madre di Martino (Luigi Ciardo) racconta la fiaba di Dragut, un impavido principe che sfidò i mari a bordo di un piccolo veliero per salvare sia la donna che amava che il mondo dalle morti violente. Col procedere della narrazione la storia si Dragut si fonde gradualmente con quella di Martino e di quella particolare estate del 1980: una stagione difficile, segnata dalla tragedia di Ustica del 27 giugno e dalla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto, eventi che hanno colpito profondamente la popolazione e la famiglia del ragazzo, già sofferente per la prematura scomparsa della madre, e che fanno imprescindibilmente da sfondo alla storia.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Martino è solito passare molto tempo sulle assolate spiagge pugliesi, a volte in compagnia del fratello maggiore (Pietro Masotti) e dei suoi amici che si prendono spesso gioco dei soldati americani che fanno surf in un area della costa a rischio e quindi recintata. Egli invece ne è affascinato ed un giorno oltrepassa il limite, conosce il comandante Jeff (Treat Williams) e lo prega di insegnargli a surfare. Entrambi instaurano col tempo un rapporto di compensazione reciproca, in quanto Martino riempie il vuoto affettivo lasciatogli da un padre (Marcello Prayer) che poco lo comprende, e Jeff inizia a capire le motivazioni che lo hanno allontanato dal figlio. A rendere magica quell’estate è anche Silvia (Matilde Maggio), ragazza più grande e apparentemente spensierata, primo amore di un Martino non ancora in grado di gestire i suoi sentimenti.

Storia d’amore e d’amicizia vissuta attraverso gli occhi di un ragazzino, solo e privo di affetto, che trae forza e vitalità dall’immedesimazione col fantastico Dragut, una simbiosi possibile solo quando si ha l’età e l’immaginazione necessaria per poter credere di diventare come quei personaggi idealizzati delle fiabe, di valore così elevato da rendere nobile il solo aspirare ad essi. In quell’estate bagnata di sangue Martino va alla ricerca di un qualche tipo di affermazione personale, qualcosa che lo faccia sentire finalmente importante anche agli occhi della ragazza che ama. Massimo Natale dà vita a un racconto incantevole sulla carta, ma che sullo schermo diventa invece deludente. Le cause sono da attribuire sia ad un sceneggiatura che frequentemente banalizza, in particolar modo nella gestione e costruzione delle relazioni che virano verso il tipico filone adolescenziale del cinema italiano, che ad una recitazione generalmente mediocre ad eccezione del protagonista Luigi Ciardo.

Egli invece ne è affascinato ed un giorno oltrepassa il limite, conosce il comandante Jeff ([Treat Williams]) e lo prega di insegnargli a surfare

Un peccato che un personaggio dello spessore di Martino risenta della superficialità e della scarsa riuscita di un film incapace di essere profondo come vorrebbe, non avendone forse propriamente le capacità.

di Tania Marrazzo
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