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Mindhunter Recensione stagione 2


Mindhunter Recensione stagione 2

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Il Male si può nascondere ovunque: è questo che la seconda stagione di Mindhunter ci vuole dire. Non importa se sei bianco o nero, gay o etero, padre di famiglia o solitario, il Male è più vicino di quanto tu possa pensare. Anche perché, in realtà, non esiste un vero e proprio Bene e Male, una linea netta e precisa che divide le nostre esistenze; il confine è labile e perfino inesistente in certi casi. Un punto di vista, tavolta, che le interviste portate avanti da Holden Ford (Jonathan Groff), Bill Tench (Holt McCallany) e Wendy Carr (Anna Torv) ci permettono di scoprire.

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I wanted to ask you about something you said a while back
Conosciamo in questa stagione proprio colui che incarna l’essenza del male: Charles Manson (Damon Herriman, lo stesso attore che interpreta Manson anche in C'era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino), vero e proprio hype trainante della serie, fin dalla season 1. Qui Manson diviene mero diversivo per tematiche più sentite e complesse, che sono il vero e proprio fulcro della stagione: il BTK, che ci accompagna ormai dalla prima stagione e che comincia a entrare in attività; gli infanticidi di Atlanta, il caso portato avanti dai nostri agenti speciali, che fino ad ora erano fermi alla mera teoria. Il profiling di Holden viene finalmente messo in pratica, con i suoi alti e bassi e con una fiducia che deve riguadagnare, soprattutto dopo i suoi ultimi attacchi di panico, sfociati da una visita di troppo ad Ed Kemper nel finale di stagione della prima, che ci aveva lasciati in dubbio sulla sorte di Ford.

Proprio Ed tornerà nella seconda stagione sia come “terapia d’urto” per Holden, sia come consigliere prima d’incontrare Manson, di cui Kemper da sempre è molto geloso: ricordiamoci che fin da subito, nella prima stagione, Holden voleva intervistare Manson, ma come “contentino” gli è stato assegnato Ed, che si è rivelato poi di vitale importanza per lo studio. Così come per Kemper, Holden svilupperà una strana empatia anche con Manson, della quale si accorgerà anche Tench. Ma non è forse proprio questa empatia la chiave per il profiling di Holden?

Il male si può nascondere ovunque: è questo ciò che la seconda stagione di Mindhunter ci vuole dire.

It happens everywhere
A differenza della prima stagione, in questa seconda i riflettori sono puntati su Tench, e non più su Holden. Un cambio di prospettiva che si concentra sulla vita privata del compagno di lavoro e sulla sua famiglia. Tench ha un foglio adottivo, da sempre dotato di un'indole molto chiusa. Si troverà ad affrontare i demoni non solo al lavoro, ma perfino tra le mura di casa, rendendo il suo contributo alle indagini di Atlanta frammentario e facendo perdere la pazienza a Holden che non capisce il suo comportamento. D’altronde sarà lo stesso Tench ad affermare, nella 2x02, che «può succedere dappertutto».

Homosexuality is a disorder / We go where the cases take us
Il Male come psicopatia, ma anche come omofobia. «Homosexuality is a disorder» dice Ted Gunn, nuovo boss dell’unità, nella 2x04: questa tematica è portata avanti dalla storyline di Wendy che, così come nel caso di Tench, man mano impariamo a conoscere e a capire. L’omosessualità vista come parte di quella psicopatia che porta un uomo a uccidere serialmente, ma che Wendy riuscirà ad utilizzare come risorsa per avvicinarsi di più ai serial killer e a ottenere le risposte che stava cercando. Sul lavoro così come nella vita privata.

Il Male come razzismo, nello specifico nel caso di Atlanta, dove bianchi e neri vivono in un precario equilibrio. Appena Holden arriva in città, la comunità black chiede aiuto per un caso a cui nessuno voleva dar voce a causa del colore della pelle dei bambini scomparsi. Holden prende a cuore la situazione e apre il suo primo vero caso da profiler; ma ciò non basterà, poiché nel momento in cui i suoi studi indicheranno un serial killer black, la cittadinanza vedrà in lui il solito bianco razzista e pronuncerà come colpevole il KKKlan. Trovare il colpevole in queste acque non sarà facile e ancor di più lascerà con l’amaro in bocca.

Momenti cult

Il racconto di Kevin nella 2x02;
Charles Manson nella 2x05;
La “Via Crucis” di Holden nella 2x07;
Intro creepy con il coro di bambini della 2x09.

Groundwork
David Fincher torna dietro la macchina da presa nelle prime tre puntate, giusto il tempo per dettare il suo stile ai colleghi che lo affiancheranno nelle successive nove puntate. Anche nel formato seriale, il suo stile è inconfondibile. Dalla palette cromatica all'uso della fotografia e del meteo come riflesso degli stati d'animo dei protagonisti; sino a meri espedienti narrativi, come nella 2x07, l'uso del suono del bollitore per far crescere la tensione, pretesto già visto in Zodiac. Fincher infonde cura nei dettagli in ognuno degli episodi che dirige, allo stesso modo che in un film, e la trasmette al resto della regia.

Al momento notizie sulla terza stagione di Mindhunter non ce ne sono, ma è certa, secondo una dichiarazione, la volontà di arrivare alla season cinque: è l'unico modo, dichiarava Fincher, per poter narrare i fatti in maniera corretta ed esaustiva. Per Netflix, invece, sappiamo che David Fincher dirigerà Mank, con Gary Oldman, dedicato alla biografia dello sceneggiatore Herman Mankiewicz: un ritorno alla regia di un lungometraggio dopo cinque anni (il suo ultimo era stato Gone Girl nel 2015).

di Samantha Ruboni
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