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Recensione Silenzio in sala
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Avevamo lasciato il detective Hoffman sanguinante, con una guancia lacerata, appena scampato a una trappola da lui stesso creata, che lanciava un grido di disperazione e rabbia mentre Jill Tuck si allontanava nel corridoio. Questo accadeva in Saw VI penultimo capitolo che lasciava i fan in sospeso, in attesa dell’atto finale di una delle saghe horror di maggior successo della storia del cinema.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Gli incassi al botteghino furono deludenti, a causa sia di un eccessivo dilungarsi della storia (sempre più simile a una serie tv), sia dell’uscita in concomitanza con Paranormal Activity, film-rivelazione della scorsa stagione (108 milioni solo in patria contro i 27 di Saw VI). Quale sia il motivo, comunque resta di fatto che la Lionsgate annunciò la fine del franchise con Saw VII, ribattezzato poi in fase di produzione Saw 3D: The Final Chapter.

Il film si apre con una sequenza che riprende la fine del primo episodio della saga, con il Dr. Gordon che, amputatosi il piede con una sega, si trascina per sudici corridoi cicatrizzandosi la ferita in modo decisamente artigianale. Stacco. Jill Tuck (Betsy Russell) ex moglie di Kramer, si rivolge al detective Gibson (Chad Donella) affinché la protegga da Hoffman (Costas Mandylor), nuovo e spietato enigmista. Nel frattempo Bobby Dagen (Sean Patrick Flanery) già scampato una volta dalle grinfie del serial-killer, si risveglia in una gabbia per affrontare di nuovo il gioco.

La storia procede con un ritmo altalenante e la tensione non raggiunge mai livelli degni di nota, anche se qua e là si riescono a intravedere ancora quegli oscuri barlumi di lucidità che hanno decretato il successo della saga ma che, di episodio in episodio, si sono sempre più affievoliti. Dietro la macchina da presa troviamo ancora Kevin Grautert (montatore dei primi cinque capitoli e regista del sesto) mentre la sceneggiatura è, per la quarta volta, opera del duo Marcus Dustan/Patrick Melton, che non sa più come unire i puntini della storia benché presenti alcune trappole interessanti (una su tutte, la “pesca” della chiave).

Il film si apre con una sequenza che riprende la fine del primo episodio della saga, con il Dr

Grautert rimane fedele alla linea visiva inaugurata nel capitolo precedente: meno movimenti di macchina forsennati, meno carrellate vorticose, meno montaggio da videoclip. Tutto è più fluido e pulito, il che si sposa bene con l’utilizzo del 3D (viene il mal di testa solo a immaginare la regia di Bousmann applicata a questo film). Riguardo la tecnica stereoscopica, non eccelle e se ne poteva anche fare a meno, ma nei momenti in cui frattaglie e pezzi di cadaveri schizzano verso il pubblico (per non parlare della tortura dei tre spuntoni o delle lame rotanti), il coinvolgimento è assicurato. Gustosi i cammei sparsi per i 90 minuti, da Cary Elwes (il Dr.

Gordon del primo Saw) a Chester Bennington, cantante dei Linkin Park trasformato per l’occasione in spietato naziskin, fino all’inevitabile Tobin Bell e ad alcune delle vittime sopravvissute a Jigsaw.

I punti rimasti in sospeso vengono colmati (almeno la maggior parte) anche se la morale di Jigsaw va a farsi benedire, lasciando spazio a vendette personali e smanie omicide senza controllo. Interessante la critica - neanche troppo velata - ai mass media che spettacolarizzano e glorificano morte e sofferenza altrui, un aspetto che forse valeva la pena approfondire. Nonostante tutti i suoi difetti, Saw 3D non delude lo zoccolo duro di appassionati, regalando una sequenza finale che, per quanto tirata per i capelli, riesce a far crogiolare il fan in un sadico compiacimento, trascinando l’ultima vittima in un lurido bagno che conosciamo sin troppo bene. La porta si chiude con un clangore metallico; tutto diventa nero. Fine del gioco, e stavolta dovrebbe esserlo davvero.

di Marco Filipazzi
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