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Recensione Silenzio in sala
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Marlon Brando ha 48 anni quando viene contattato da Bernardo Bertolucci per Ultimo tango a Parigi. Sua compagna sulla scena è Maria Schneider.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Il tenebroso sex symbol americano interpreta un uomo a un bivio, Paul, frustrato e poco avvezzo a tenerezze. Paul incontra Jeanne nell’appartamento che entrambi vorrebbero affittare in rue Jules Verne. Senza sapere nulla l’uno dell’altro si abbandonano all’eros, in un luogo privo di memoria e fuori dal tempo, in cui possono essere chi desiderano e soprattutto non sono costretti a ricordare chi erano prima di aver varcato la soglia. Il passato lascia il posto a incontri fugaci consumati tra dialoghi frammentati e paesaggi uggiosi, in sintonia con l’opacità del film. Jeanne, contestualmente, vive una storia d’amore con un regista alle prime armi, timido, pacato, intellettuale, privo di istinto animale. L'opposto di Paul.

Razionalità autoritaria e sessualità ossessiva convivono poco armonicamente sia in Jeanne che in Paul: non c’è il rispetto a mediare i due opposti e, come in un romanzo del Marchese de Sade, la fine si preannuncia drammatica più di quanto non lo sia stato il suo inizio. Dentro quelle quattro mura prive di tutto non esiste dolore, morte o sofferenza; sono bandite le cause prime, che hanno portato i protagonisti a incontrarsi.

Come Marchese de Sade nella scrittura, Bertolucci nella direzione della pellicola, si dice abbia concentrato tutte le sue fantasie frustrate o represse.

Ma non si può voltare le spalle a lungo al proprio Io, alla propria vita, alla memoria, ai ricordi. Essi tornano e non basta Eros a salvare Paul e Jeanne da Thanatos. La passione diviene gabbia dentro la quale esasperare ogni delirio amoroso. La disperata ricerca del nome di lei diventa vana quando i giochi ormai hanno abbandonato il loro tavolo usuale.



Accusato di esasperato pansessualismo, il film ha rischiato di essere cancellato dalla storia sin dalla sua uscita al cinema nel 1976, quando la Cassazione condannò la pellicola alla distruzione. Carnale come pochi, Ultimo tango a Parigi riesce a oggi a dividere critica e pubblico in opposte fazioni. Come un de Sade cinematografico, Bernardo Bertolucci si dice abbia concentrato in questo film tutte le sue fantasie: il risultato è un intreccio poco chiaro, oscuro, appena strutturato, in cui al di là del contenuto ciò che conta è la forma. L’ostentata e convulsiva fissazione per la sessualità, riproposta senza edulcoranti, foraggiata dalle stesse sinistre personalità dei protagonisti. Corpi senza anima, spogli come l’appartamento in cui soddisfano i loro desideri, in cui riempiono il proprio contenitore e svuotano l’anima di contenuto. Un film che nel tempo sa ancora far parlare di sé è un buon esempio di ciò che il cinema è stato, è e sarà sempre una moderna macchia di Rorschach, dove ognuno vede, in fin dei conti, ciò che vuole.

di Antonella Sugameli
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