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The Tree of Life Recensione


The Tree of Life Recensione

Recensione Silenzio in sala
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La storia di una famiglia del Midwest degli anni Cinquanta viene raccontata attraverso gli occhi del figlio maggiore Jack (Hunter McCracken) nell’ambito del suo personalissimo percorso di crescita. In un lungo flashback il ragazzo ricorda il suo complicato rapporto con il padre (Brad Pitt), l’infinito amore della madre (Jessica Chastain) e il dramma della morte del fratello minore.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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Nel frattempo la natura fa il suo corso procedendo a ritroso fino alla nascita della terra.

Annunciato già nel 2009 finalmente il quinto film di Terrence Malick, in concorso al 64º Festival di Cannes, riesce dopo due anni a vedere la luce. The tree of life è probabilmente l’opera più intimista e personale del regista statunitense, talmente legata al suo creatore e soggettiva alla percezione da renderne difficile una critica obiettiva tanto ci si può perdere nella visione. Come si intuisce facilmente dalle numerose simbologie legate al titolo, The tree of life è un film sull’essenza dell’esistenza, sulla contrapposizione fra la brutalità della natura e la spiritualità della grazia. Due elementi inscindibili che dall’enormità dell’universo finiscono nel particolare di due individualità facenti parti della stessa famiglia, un padre violento e una madre amorevole, due forze in perenne conflitto nel mondo così come nell’animo di un ragazzino. La storia di Jack, quella che lo trasforma in un adulto Sean Penn completamente perduto nel mondo moderno, va di pari passo con l’evoluzione del cosmo, con il formarsi del pianeta Terra, con l’apparire dei primi organismi monocellulari, dei dinosauri, risalendo fino alla contemporaneità.

I requiem delle composizioni orchestrate da Alexandre Desplat, le musiche di Hector Berlioz e Gyorgy Ligety (2001: Odissea nello spazio) contribuiscono in maniera essenziale al misticismo spirituale disarmante che invade ogni singola immagine. I passi sull’erba di Jessica Chastain, la corsa di un animale preistorico e la trasformazione del sole in nana bianca sono allo stesso modo caratterizzate da una religiosità che sconfina nell'epicità. È come trovarsi nei luoghi più remoti dell’animo umano e allo stesso tempo perdersi nell’infinità cosmica, secondo un vertiginoso contrasto che si uniforma fino a divenire omogeneo.

The tree of life è probabilmente l’opera più intimista e personale del regista statunitense, talmente legata al suo creatore e soggettiva alla percezione da renderne difficile una critica obiettiva.

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia. Sta a te scegliere quale delle due seguire». Come un dogma la signora O’Brien pronuncia tali parole: ma è davvero possibile attuare una scelta definitiva? Il padre e la madre, la natura e la grazia, sono in conflitto nel figlio Jack, colui che vaga fin da bambino senza risposte, alla ricerca di una strada da seguire, di una verità autentica, guidato dall’etereità materna simbolo dell’amore universale. Sebbene non si avvalga di un linguaggio cinematografico del tutto originale, è innegabile che The tree of life sia un’esperienza unica nel suo genere, da ciò nasce anche la difficoltà di definizione: Malick non parla di una storia ma della Storia, si spinge oltre, sfiora l’infinito e raggiunge una grandezza e una profondità che coinvolge l'umanità tutta.

In The tree of life ognuno vi si può specchiare, aggiungere proprie esperienze, immergersi fino alla commozione o perfino rimanere impermeabile. Come un Dio ultraterreno: o si accetta di credervi o no.

di Tania Marrazzo
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