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Recensione Silenzio in sala
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In un piccolo borgo francese di fine sedicesimo secolo un ricco mercante (Marcel André) sprofonda nella povertà in seguito al naufragio dei suoi battelli mercantili. Come se non bastasse il suo erede, Ludovico (Michel Auclair), perde quel poco che resta del denaro al gioco d'azzardo, e le figlie Felicita (Mila Parély) e Adelaide (Nane Germon) continuano a spendere grosse somme per abiti e accessori costosi.

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L'unica che sembra rendersi conto della situazione disastrosa in cui imperversa la famiglia è Bella (Josette Day), una splendida ragazza dal cuore puro che si riduce a far da serva in casa propria, cercando di sfuggire alle avances di Splendore (Jean Marais), ricco amico di famiglia che la vorrebbe come moglie. Quando arriva la notizia che uno dei battelli potrebbe essersi salvato, il pater familias parte alla volta della città: Felicita e Adelaide non perdono l'occasione per chiedere costosi doni; Bella, più razionale, chiede invece una semplice rosa. Scoperta la natura falsa della notizia, l'uomo si appresta a tornare a casa, sconfitto. Durante il tragitto, tuttavia, si perde in un bosco dove si imbatte in uno splendido castello incantato, pieno di strane creature che lo accolgono per la notte. Il mattino successivo, l'uomo è pronto a riprendere il viaggio, ma prima di andarsene sceglie di cogliere una rosa dal giardino del castello per Bella. Questo gesto apparentemente innocuo risveglia la rabbia del padrone di casa, la Bestia (ancora, Jean Marais), che accusa il povero mercante di aver approfittato della sua ospitalità e lo induce a scegliere tra la propria vita e quella di una delle sue figlie. Ovviamente le maggiori non sono disposte a sacrificarsi, mentre Bella parte subito per offrirsi al posto del vecchio padre.

Il tema portante – la vera bellezza si trova nel cuore – viene veicolato in maniera efficace e brillante grazie alla saggia idea di far interpretare Splendore e la Bestia allo stesso, fantastico attore: Jean Marais.

Da questo momento inizieranno per lei straordinarie avventure che la porteranno a scoprire che cos'è veramente l'amore.

Presentato in concorso alla prima edizione del Festival di Cannes, e vincitore del premio Louis Delluc, il film di Jean Cocteau è un viaggio onirico che affonda le sue radici nella tradizione favolistica occidentale. Pur traendo la sua ispirazione dallo splendido racconto di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, la pellicola di Cocteau recupera molti elementi da altre fiabe e miti. In Bella, ragazza dal cuore d'oro costretta dalle dispotiche sorelle a diventare serva in casa propria è impossibile non ritrovare i tratti di Cenerentola, orfana bistrattata dalla crudele matrigna. Proprio come Cenerentola, Bella deve subire l'invidia delle sorelle, egoiste e calcolatrici, che non si fanno scrupoli a condannare il padre pur di non perdere i propri privilegi.

E nel rapporto che lega le tre sorelle - anche per quel che riguarda il rapporto tra Bella e la Bestia - è possibile intravedere richiami alla favola di Amore e Psiche; come nel racconto di Apuleio, sono le sorelle maggiori a spingere la protagonista a spezzare una promessa fatta all'eroe. Psiche guarda il suo sposo, dopo che Eros, il dio dell'amore, le aveva fatto promettere di non farlo; così come Bella non ritorna al castello dopo che la Bestia le aveva ridato la libertà per andare dal padre moribondo. La dimensione onirica del racconto, poi, si rispecchia anche in una messa in scena volta alla costruzione di un mondo altro, sospeso tra sogno e realtà. Pur avendo una dimensione temporale ben definita, il film decide di puntare tutto sul suo carattere visionario, che raggiunge l’apice nei momenti danzati, in cui anche lo spettatore si sente trascinato all’interno di un castello incantato.

Il tema portante – la vera bellezza si trova nel cuore – viene veicolato in maniera efficace e brillante grazie alla saggia idea di far interpretare Splendore e la Bestia allo stesso, fantastico attore: Jean Marais. In tal modo Cocteau riesce a portare in scena le due facce di una stessa medaglia, contrapponendo concretamente l’avvenenza di uno, e la bontà dell’altro. Attraverso questo piccolo, ma efficace, stratagemma, il regista delinea la parabola di due esistenze che avrebbero potuto essere uguali. Con la sua avvenenza e le sue ricchezze, il principe tramutato in mostro, si sarebbe potuto trasformare nell’ennesimo Splendore, egoista e viziato. Ma l’intervento della fata – che qui maledice l’eroe perché i di lui genitori avevano asserito di non credere alle fate – trasforma non solo le sembianze del protagonista, ma gli dà l’occasione di diventare una persona migliore. Così, quando alla fine Bella si ritrova tra le braccia del principe, in realtà stringe la versione edulcorata di Splendore. Ed è di certo in questa contrapposizione intelligente che va ricercato il vero fulcro della narrazione, ciò che ha reso questo film degno di entrare nella schiera dei grandi classici.

di Erika Pomella
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