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Recensione Silenzio in sala
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La scoperta di un vaccino in grado di curare il gene "X" e quindi di rendere normali i mutanti diventa la fonte del desiderio del diabolico Magneto (Ian McKellen). Gli X-Men dovranno affrontare il nemico di sempre senza l’aiuto della scomparsa Jean (Famke Janssen).

La politica degli autori miete spesso vittime innocenti.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Una delle tante corrisponde certamente al nome di Brett Ratner, regista del (senza limpido motivo bistrattato) terzo capitolo degli uomini X, più che valida conclusione della trilogia avviata dall’intuizione e dal talento di Bryan Singer. Accolto freddamente dalla critica (con molta probabilità esclusivamente a causa dell’avvicendamento in cabina di regia tra un ormai big del settore e un cognome ai più non ancora comune), X-Men Conflitto finale è, della saga in questione, l’episodio senza dubbio più sofferto e doloroso, certamente meno entertainment nell’accezione diretta dell’espressione, in quanto concentrato principalmente su dilemmi morali (la cura/vaccino e quindi la possibilità di “guarire”, normalizzandosi, ma al tempo stesso di conformarsi rinunciando a quello che naturalmente si è) e filosofici (l’enorme peso di onere e consapevolezza che direttamente consegue dal possedere doti/poteri extraumani). Ratner punta deciso sull’empasse psicologico derivante da uno dei dialoghi chiave del primo SpiderMan di Raimi («da un grande potere derivano grandi responsabilità»), lo innesta tra le pieghe di un film che ben si presta a rielaborarlo facendolo suo, dimostrando dimestichezza con la materia trattata. La lezione impartita da X-Men 2 è stata recepita a memoria, tanto che The last stand sceglie ben presto di mettere da parte le prevedibili virate action per concentrarsi sul cuore dei personaggi, rivelandosi con successo come l’episodio maggiormente legato al concetto di perdita: siano le celebri dipartite che aprono e chiudono la pellicola o l’affiorare nella rediviva Jean di una personalità nascosta, variante interna che la convincerà ad abbracciare la causa fino ad allora combattuta.

Un vero e proprio melodramma contemporaneo, la cui intensità, ancora una volta, rintraccia il suo massimo picco emotivo nell’esponenziale e commovente crescita di Rogue (Anna Paquin), da sempre uno dei personaggi chiave per comprendere cosa realmente siano gli uomini X, qui alle prese con una scelta amletica capace di condurre lo spettatore in prossimità delle lacrime. Se il primo capitolo si cimentava con l’humus dell’intolleranza razziale mentre il secondo provava quanto forte fosse l’alchimia tra mutanti finalizzata alla sopravvivenza, soprattutto nel momento di minaccia e difficoltà, X-Men Conflitto finale si misura con il difficile compito di umanizzare il più possibile maschere e personalità che si riscoprono fragili, dubbiose, figlie del dolore e della sofferenza, status evolutivo all’interno del quale fortificarsi e difendere un posto al sole nel mondo. Peccato davvero per qualche imprecisione di scrittura (vedi la sommaria attenzione dedicata ad un elemento chiave come Ciclope), minuzie critiche, incapaci di togliere a The Last Stand il titolo di più che positivo terzo e conclusivo capitolo della trilogia.

Accolto freddamente dalla critica (con molta probabilità esclusivamente a causa dell’avvicendamento in cabina di regia tra un ormai big del settore e un cognome ai più non ancora comune), è, della saga in questione, l’episodio senza dubbio più sofferto e doloroso, certamente meno entertainment nell’accezione diretta dell’espressione, in quanto concentrato principalmente su dilemmi morali (la cura/vaccino e quindi la possibilità di “guarire”, normalizzandosi, ma al tempo stesso di conformarsi rinunciando a quello che naturalmente si è) e filosofici (l’enorme peso di onere e consapevolezza che direttamente consegue dal possedere doti/poteri extraumani)

di Luca Lombardini
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