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Recensione Silenzio in sala
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Antropologicamente la Cina ha sempre suscitato enorme interesse in Occidente. Una quotidianità, un approccio filosofico alla vita a noi estremamente distante, capace di affascinare studiosi catapultati in un mondo dai tratti quasi fiabeschi.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Con la stessa intensità negli ultimi anni il cinema orientale ha attirato le attenzioni di innumerevoli cinefili, catturati dalle atmosfere acquerellate delle pellicole asiatiche. Wayne Wang è un regista a metà tra i due mondi, un cinese, la cui vita però spesso si è intrecciata con la realtà a stelle e strisce. Ad Hollywood il cineasta di Hong Kong ha diretto, tra le altre, la commedia Un amore a 5 stelle e Smoke, con Harvey Keitel. In questo bizzarro roller coaster tra due realtà opposte, Wang ritorna nella sua terra, trasformando in film il romanzo Fiore di neve e il ventaglio segreto della scrittrice Lisa See.

Il film si sdoppia, seguendo due storie, distanti secoli, ma decisamente simili. La prima è ambientata nella Cina del diciannovesimo secolo e segue le vicende di neve e Lily, due bambine di sette anni, che subiscono la fasciatura dei piedi nel medesimo giorno. Quest’usanza veniva praticata in tenera età, per poter limitare la crescita dei piedi femminili, peculiarità fisica apprezzata dall’uomo cinese. I piccoli passi di una donna si inserivano in un canone di comportamento femminile, improntato sulla grazia e sull’equilibrio.

Ad Hollywood il cineasta di Hong Kong ha diretto, tra le altre, la commedia e , con [Harvey Keitel]

La buona riuscita o il fallimento della fasciatura dipendeva dalla precisione con cui veniva stretta la benda intorno al piede. Quest’avvenimento finisce con l’avvicinare le due bambine, il cui destino viene congiunto da un legame denominato laotong, un vincolo che le tiene unite per sempre. Dopo essersi sposate, neve e Lily continueranno a comunicare di nascosto, utilizzando un linguaggio segreto chiamato nu shu, scritto sulle pieghe di un ventagli. Parallelamente si dipana una storia simile, ma ambientata nella Shangai dei giorni nostri.

Nina e Sophia sono due discendenti del laotong e, come le loro antenate, vivono un’amicizia travolgente, che le lega dall’infanzia e che le porterà a scelte dolorose. La pellicola segue il tortuoso cammino delle due coppie di amiche verso l’essenza più pura e più travolgente dell’amicizia.

La scelta registica di sdoppiare le due attrici protagoniste (Gianna Jun e Bing Bing Li), assegnando loro il duplice ruolo - recitano sia nella Cina del diciannovesimo secolo, sia nella Shangai attuale - si rivela particolarmente efficace. Il film, pur essendo bifronte, appare come un’unica melodia, quasi privo di pause. La storia vive così di echi, piacevoli ritorni e assonanze. Le due vicende scorrono in un unico fiume che trasporta lo spettatore in una dimensione emotiva particolarmente toccante. La magistrale interpretazione delle due attrici infonde una precisa profondità alla pellicola, la quale riesce a sfiorare le emozioni più intime dello spettatore, travolto dal sentimento indissolubile delle protagoniste poiché legate da un qualcosa che oltrepassa l’occidentale concetto dell’amicizia. Davvero sontuosa la colonna sonora, curata dalla compositrice inglese Rachel Portman, premio Oscar per Emma nel 1996. Unica nota stonata risulta essere l’evitabile cameo di Hugh Jackman, il cui personaggio appare “macchiettistico“ ed eccessivamente stereotipato. Ma il linguaggio di Wang è intriso di poesia e tra le pieghe del suo ventaglio segreto fuoriesce una pellicola capace di emozionare.

di Leone Auciello
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