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Recensione Silenzio in sala
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Brendan Gleeson, l’indimenticabile Hamish di Braveheart - Cuore impavido, torna in questa black-comedy tipicamente europea, eccentrica ed imprevedibile, diretta da John Michael McDonagh, e ci regala una delle sue più intense interpretazioni dai tempi di In Bruges - La coscienza dell'assassino, riuscendo a far vacillare per tutta la durata della pellicola l’opinione del pubblico nei confronti del suo personaggio: un poliziotto cinico, razzista, e, nonostante tutto, pieno di cuore. La bravura di Gleeson viene supportata egregiamente dalla classe di Don Cheadle(Hotel Rwanda, Iron Man 2), attore carismatico e magnetico, capace di rubare la scena al protagonista in più di un’occasione grazie ad un’espressività rara e mai eccessiva.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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La presenza di star del calibro di Mark Strong (Stardust, Sherlock Holmes), come sempre perfetto nel ruolo dello spietato antagonista, e di Fionnula Flanagan(The Others), magnifica interprete della madre malata del personaggio principale, assicura la buona riuscita del film che si lascia guardare con curiosità e stupore fino all’ultima, esplosiva, sequenza finale.

Ambientata nell’ovest dell’Irlanda, in una cittadina isolata e piovosa di frontiera, la storia segue la vita monotona e priva di colpi di scena di un poliziotto, Gerry Boyle (Brendan Gleeson), che ormai trascina la sua esistenza dedicandosi ai vizi e alle passioni, sempre sul filo dell’illegalità. Le sue giornate, una identica all’altra, sono scandite dalle visite alla madre (Fionnula Flanagan) nella clinica dove è ricoverata per un cancro incurabile. L’anziana signora è l’unica che sembra capire il carattere chiuso del figlio e la sola che riesce a farlo sorridere senza che dalle sue labbra emani un feroce e cinico sarcasmo. All’improvviso uno strano caso di omicidio rompe la quiete del poliziotto che si vede costretto a collaborare con un agente dell’FBI giunto da poco in città, Wendell Everett (Don Cheadle), con un carattere opposto al suo ed intenzionato a risolvere il caso che vede coinvolti anche alcuni pericolosi trafficanti di droga.

Come asserisce il regista, Un poliziotto da happy hour (semplicemente The Guard nel titolo originale) è un western a tinte thriller pervaso da un’aura di malinconia evanescente, in cui commedia e azione si alternano in un mix di generi originale e del tutto sorprendente. Il personaggio di Gleeson, seppur stilizzato e portato all’eccesso in alcuni suoi aspetti caratteriali, è cosi carico di umanità da apparire del tutto veritiero e vicino allo spettatore. Un antieroe che nasconde il suo menefreghismo nei confronti del mondo circostante dietro una divisa, ma che, nel corso della storia, riesce a migliorarsi fino a rinsavire, uscendo, così, dall’oblio di una vita meschina e solitaria grazie all'aiuto, inconsapevole, di tutti i personaggi della pellicola.

Le sue giornate, una identica all’altra, sono scandite dalle visite alla madre ([Fionnula Flanagan]) nella clinica dove è ricoverata per un cancro incurabile

La sceneggiatura, scritta in poco più di tre settimane, ci regala degli ottimi dialoghi e delle scene che potrebbero ben presto diventare dei veri e propri cult. Ad esempio il momento dagli echi tarantiniani in cui Boyle è tenuto in ostaggio dal criminale interpretato da David Wilmot, ed il finale, a dir poco esaltante, a suon di arma da fuoco. Una commedia intelligente, dunque, e ricca di spunti di riflessione, che non mancherà di emozionare e divertire allo stesso tempo il pubblico.

di Gabriele Di Grazia
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