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Recensione Silenzio in sala
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Non c'è che dire, il 2011 sembra proprio l'anno di Steven Spielberg. Oltre a sfornare blockbuster fracassoni in veste di produttore (Transformers 3) e nostalgici rimandi ai suoi capolavori degli anni '80 (Super 8), e a tentare l'arrembaggio in tv (l'alieno Falling Skies e il preistorico Terra Nova) Spielberg raddoppia anche il suo ritorno dietro la macchina da presa dopo tre anni d'assenza e lo fa con due storie classiche e a lui particolarmente care.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
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La prima è War Horse (in uscita nel 2012), la seconda è Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno.

Per realizzare la versione cinematografica delle avventure di Tintin ci sono voluti gli sforzi incrociati di tre dei più interessanti team creativi che popolano la scena cinematografica. Da una parte Peter Jackson in veste di produttore con la sua Weta Workshop (che già aveva dato vita alla Terra di Mezzo prima e a Pandora poi) e al seguito il suo digitale attore feticcio Andy Serkis. Poi c’è il trio Simon Pegg, Nick Frost e Edgar Wright (artefici di Shaun of the dead e Hot Fuzz) i primi due come attori, il terzo in veste di sceneggiatore (con l'aiuto del fidato Joe Cornish). Infine Spielberg in cabina di regia, supportato dall'ormai inseparabile e più che collaudato team di collaboratori: John Williams alle musiche, Michael Kahn al montaggio, Janusz Kaminski alla fotografia. Il risultato è un film che unisce tradizione e tecnologia fondendole in una pellicola che è cinema allo stato puro.

Tintin (Jamie Bell) compra a un mercatino dell’usato il modellino di un galeone che nasconde un pericoloso segreto. È l’inizio di un'avventura che lo porterà a solcare i mari in compagnia del Capitano Haddock (Andy Serkis) e dell’inseparabile cane Milù, in una corsa contro il tempo per risolvere il segreto dell’unicorno prima che lo faccia il perfido Sakharine (Daniel Craig).

Creato dalla matita di Georges Prosper Remi, in arte Hergé, la trasposizione cinematografica di Tintin è il sogno di Spielberg da più di un quarto di secolo, ma solo la tecnologia digitale della performance-capture (tecnologia implementata da Zemeckis con Polar Express e A Christmas Carol) l’ha convinto ad accettare la sfida. Definire Le avventure di Tintin: il segreto dell’unicorno un cartone animato però sembra quasi limitativo.

Da una parte [Peter Jackson] in veste di produttore con la sua Weta Workshop (che già aveva dato vita alla Terra di Mezzo prima e a Pandora poi) e al seguito il suo digitale attore feticcio [Andy Serkis]

Oltre a un livello di fotorealismo mai visto prima e un notevole spessore nella caratterizzazione dei personaggi, Spielberg non ha paura di affrontare temi decisamente fuori luogo per un film d’animazione classico (vedi l’alcolismo di Haddock), il che fa di Tintin un'opera matura e di gran lunga superiore a molte altre pellicole d’avventura, non ultimo Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Lo stile della pellicola è quello del miglior Spielberg che, muovendosi in ambienti virtuali, pare aver ritrovato la verve che sembrava aver perso negli ultimi anni: ammalianti i movimenti di macchina da presa ai limiti dell’impossibile che creano pianisequenza snodati su due dimensioni temporali sfalsate. Appassionato alle avventure del giornalista/detective fin da bambino, è inevitabile non scorgere tematiche e situazioni - create dal fumettista belga - in molte altre pellicole spielberghiane. Anche qui rimandi e ammiccamenti sono disseminati ovunque, a partire dal cammeo/omaggio di Hergé stesso e i suoi disegni nella scena iniziale, sino ad approdare a una versione digitale dello stesso Spielberg.

Per questa ragione Le avventure di Tintin: il segreto dell'unicorno è un intricato gioco di specchi dove l'opera di Hergé si riflette nella filmografia di Spielberg, fino a creare un sinuoso stile visivo accattivante e ricco di citazioni da cui è impossibile sottrarsi.

di Marco Filipazzi
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