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Recensione Silenzio in sala
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In principio erano Romeo e Giulietta, i due giovani innamorati sullo sfondo dell'acerrima rivalità dei clan di appertenenza. L’amore proibito è da sempre servito a veicolare una sorta di ribellione all’autorità autarchica.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Allo stesso modo Patrick Tatopoulos, regista ereditario del mondo sotterraneo creato da Len Wiseman, si fa forte del mcguffin dell’amore maledetto tra due esseri appartenenti a razze diverse, per tornare alle origini della saga di Underworld, scavando nelle motivazioni che hanno spinto le due stirpi ad iniziare una guerra protrattasi per oltre un millennio.

Tatopoulos si posiziona su quel punto zero - che Selene aveva già mostrato nella prima pellicola della saga - del tradimento ai danni di Viktor (Bill Nighy) da parte della figlia Sonya (Rhona Mitra), caduta nell'illecito amore per Lucian (Martin Sheen). Quest’ultimo è il capo dei Lycan, esseri umani con la capacità di trasformarsi in lupi antropomorfi e utilizzati come schiavi dai vampiri. Due etnie, due differenti modi di rapportarsi al mondo. Da una parte il vampiro despota Viktor, restio ad allontanarsi da una tradizione che lo vuole in cima alla catena alimentare, e dall’altro Lucian, giovane licantropo ribelle che sente sulle sue spalle il peso delle catene che costringono all’umiliazione tutta la sua razza. Tra di loro, la figura di Sonya, figlia di Viktor e amante di Lucian, pronta a rinunciare al suo status di principessa della notte, pur di restare con l’uomo che ama. Il segreto dell’amore tra i due, viene però distrutto quando le continue ripercussioni dei vampiri costringono i licantropi alla ribellione. Stanchi dei soprusi, i Lycan escono dalle loro gabbie, combattono per la loro libertà.

Quest’ultimo è il capo dei Lycan, esseri umani con la capacità di trasformarsi in lupi antropomorfi e utilizzati come schiavi dai vampiri

Ma non esiste libertà, per Lucian, senza Sonya. Ecco perché il Lycan si vede costretto a salvare la sua amata dalle grinfie dello stesso Viktor.

La terza pellicola del mondo di Underworld non presenta alcun elemento innovativo, tanto da adagiarsi su un senso di ovvietà che fa già intuire il finale, a prescindere che si conoscano gli avvenimenti del primo capitolo. Eppure, nonostante questa convenzionalità del racconto, La ribellione dei Lycans sembra essere ben consapevole dei suoi limiti; Tatopoulos non sente il bisogno di infarcire il racconto con significati o temi nascosti, né di fingersi autore quando invece sta dirigendo un film che nasce e deriva dal puro mainstream. E proprio questa sua consapevolezza - che si intravede nel modo leggero di dirigere, senza virtuosismi inutili – fa sì che lo spettatore si lasci guidare nel mondo fittizio popolato da vampiri e licantropi, senza mai cadere nell'apatia durante la visione.

La storia d’amore tra i due protagonisti si può considerare come puro pretesto drammaturgico per orchestrare coreografie di combattimento che mettono buoni contro cattivi, in un mondo in cui i confini tra le due fazioni sono labili e inconsistenti. Ma in quella storia d’amore, vista e rivista, si trova il vero centro emotivo della narrazione che non dimentica di dare all'azione una motivazione che vada al di là di un metaforico braccio di ferro. Tutto ciò grazie anche all’ennesima grande prova di recitazione offerta dal talentuoso Michael Sheen. Il suo Lucian è il personaggio che, più di tutti, ha sancito la fortuna del primo Underworld; vedere l’attore gallese di nuovo nei panni di un licantropo preda dell'amore maledetto, da solo, vale la visione.

di Erika Pomella
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