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The Iron Lady Recensione


The Iron Lady Recensione

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«La differenza sostanziale tra questo film e un biopic convenzionale sta nel fatto che l’intera storia è narrata dal punto di vista della protagonista. Di conseguenza gli spettatori non sanno se quello che viene mostrato è vero o no: è la sua versione del percorso, senza alcuna valutazione degli eventi politici».

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Per quanta enfasi e convinzione possa metterci Phyllida Lloyd nel parlare di The Iron Lady, l’attesissima pellicola biografica sulla prima donna in Occidente ad essere nominata Primo Ministro, Margareth Thatcher, è quanto mai impossibile evitare l’etichettatura di film studiato a tavolino per il grande pubblico e l’industria cinematografica. Meryl Streep non ha fatto nemmeno in tempo a incassare il suo ultimo golden globe e ad aggiornare il suo record di nomination, che è giunta la candidatura agli Oscar per la categoria di miglior attrice protagonista. Basta difatti addizionare una delle icone per eccellenza del cinema americano contemporaneo alla carismatica e impenetrabile Lady di ferro e alla regista del mega successo Mamma Mia per ottenere la nomina senza che i membri dell’A.M.P.A.S. si preoccupino nemmeno di visionare il prodotto in questione.

Con tutto il rispetto per la Joanna di Kramer contro Kramer, The Iron Lady sembra più un film sulle qualità attoriali della Streep e su quanto il trucco la renda incredibilmente simile al personaggio che interpreta, che su quello che dovrebbe essere il soggetto principale. Ritratto umano di Margareth Thatcher, la pellicola ripercorre la vita di chi per più di dieci anni ha segnato la storia politica ed economica britannica attraverso una continua altalenanza fra presente e passato, fra intimo e pubblico. Dal profondo legame con il marito Denis Thatcher (Jim Broadbent), che continua a perseguitarla anche dopo la morte, al rapporto con i figli trascurati per inseguire la sempre più agognata conquista di potere prima come leader del partito conservatore e poi come inquilina del numero 10 di Downing Street. Primo Ministro per tre mandati, colei che da figlia di un droghiere politicamente impegnato divenne responsabile dei disordini che dilagarono in Gran Bretagna a causa del suo impassibile dispotismo, delle riforme, che accentuarono il divario fra ricchi e poveri, e della sua opposizione alla costituzione dell’Unione Europea.

Basta difatti addizionare una delle icone per eccellenza del cinema americano contemporaneo alla carismatica e impenetrabile Lady di ferro e alla regista del mega successo per ottenere la nomina senza che i membri dell’A

Tutti elementi che, insieme alla freddezza con la quale lasciò morire dieci membri dell’IRA che facevano lo sciopero della fame e al massacro a cui obbligò l’esercito per la riconquista delle isole Falkland, finirono per condurla ad una rassegnazione obbligata delle dimissioni visto che ormai nemmeno i membri del suo partito le erano più fedeli.

Questi sono solo alcuni dei principali eventi che la Lloyd tratteggia in The Iron Lady, riservato per il resto a cogliere la solitudine e l’isolamento che il controverso ruolo pubblico della Thatcher Primo Ministro causò alla Thatcher donna, ormai vittima dell’avanzare dell'età e del morbo di Alzheimer. Una rappresentazione, dal punto vista stilistico, delle più classiche con exploit di lirismo (anche musicale) che a volte si banalizzano fino a sfociare in un linguaggio da fiction televisiva. Se l’immedesimazione è inevitabile, dato che la vicenda è raccontata dal punto di vista della ferrea protagonista, la scelta di enfatizzare in maniera forse eccessiva alcune vette dell’autocrazia della leader, fa emergere una posizione tutt’altro che apolitica, smorzata da crudi filmati di repertorio. Nonostante il talento della Streep, nessuna interpretazione rimane memorabile, come del resto non lo è generalmente tutto il film.

di Tania Marrazzo
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