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Magnifica Presenza Recensione


Magnifica Presenza Recensione

Recensione Silenzio in sala
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L’avevamo lasciato a descrivere la roboante famiglia pugliese dei Cantone in Mine Vaganti. Ora il regista turco Ferzan Ozpetek torna al cinema con una storia romantica dalle tinte appena accennate di sovrannaturale, attraverso la quale il metteur en scene torna a parlare delle proprie amate tematiche con uno sguardo nostalgico che ben si potrebbe paragonare a quello che accompagna tutta la vicenda del precedente La finestra di fronte.

Al centro della vicenda c’è Pietro (il bravissimo Elio Germano) che, dopo essersi trasferito a Roma nel tentativo di realizzare il sogno di diventare attore, compra una casa nel quartiere di Monteverde.

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Quello che il ragazzo non sa è che nell’appartamento vivono anche degli strani individui dagli abiti retrò e dagli occhi costantemente truccati. Si tratta in realtà di una compagnia teatrale guidata da Filippo (Beppe Fiorello) e di cui fanno parte le di lui cugine, Lea (Margherita Buy) e Beatrice (Vittoria Puccini) sposata con Yusuf Antep (Cem Yilmaz). Nella compagnia ci sono anche il tenore Ambrogio (Ambrogio Maestri), la sensuale Elena (Claudia Potenza), lo scrittore Luca (Andrea Bosca) e il piccolo Ivan (Matteo Savino). Ben presto la convivenza forzata tra Pietro e questi ospiti scomodi, porterà a galla un mondo di ricordi ed emozioni che cambierà per sempre l’esistenza del ragazzo.

Dopo la gita fuoriporta nel Salento di Mine Vaganti, Ozpetek torna nella sua amatissima Roma, spostandosi dal quartiere simbolo di Ostiense a quello di Monteverde, dove il suo protagonista si trasferisce nel tentativo di inseguire le proprie ambizioni e di uscire da una vita che lo vorrebbe semplice cornettaio notturno. Per la prima volta, tuttavia, la città non è più quel personaggio che abbraccia tutti i protagonisti: in Magnifica Presenza la capitale diventa solo uno scenario sfocato, visto attraverso vetri appannati di una prigione piena di elementi che miscelano la commedia al dramma, nel labile equilibrio che il regista turco è bravo a tratteggiare. Il cineasta dimostra di essere un abile burattinaio che gioca con caratteristiche di diversi generi: se molte delle avventure di Maria (Paola Minaccioni) fanno sorridere e divertire lo spettatore, c’è qualcosa nei tristi ricordi dei componenti della compagnia che non solo commuove, ma che porta a galla sentimenti perturbanti. In più il regista inserisce anche cliché del genere horror nella prima parte del film, quando Pietro comincia a fare i conti con i suoi ospiti indesiderati.

Ancora una volta il vero fulcro narrativo si trova all’interno di uno spazio circoscritto e nascosto: come già avveniva ne Le fate ignoranti o Saturno contro, la casa diventa il palcoscenico prediletto per le dinamiche dei personaggi

Ma non sono soltanto i generi prettamente cinematografici che Ozpetek miscela: aiutato, in fase di sceneggiatura, da Federica Pontremoli (già sceneggiatrice di Habemus Papam di Nanni Moretti), il regista attinge a piene mani situazioni e atmosfere dell’opera pirandelliana Sei personaggi in cerca d’autore che, seppur non citata apertamente, aleggia in modo palese nella descrizione degli attori teatrali che Pietro ospita suo malgrado.

Ancora una volta il vero fulcro narrativo si trova all’interno di uno spazio circoscritto e nascosto: come già avveniva per film come Le fate ignoranti o Saturno contro, la casa diventa il palcoscenico prediletto per le dinamiche dei personaggi. Da una parte c’è Pietro, ventottenne omosessuale che tenta di reiventarsi, e dall’altra c’è la compagnia Apollonio, imprigionata in una casa dove già un'altra volta era rimasta bloccata. Una mise en abime che ben si rispecchia in una serie di dualismi che attraversano tutta la pellicola, primo fra tutti quello tra realtà e finzione. L'appartamento di Monteverde è grande e spazioso, pieno di personalità: nonostante i muri delimitatori, riesce ad allungarsi in ogni direzione, trasformandosi di volta in volta, proprio come i personaggi che la abitano.

Una casa dove a farla da padrone è sicuramente il senso di nostalgia: in una stagione cinematografica dove grandi autori hanno riflettuto sul sentimento nostalgico per il passato – si pensi allo Scorsese di Hugo Cabret o al Woody Allen di Midnight in Paris – Ozpetek cala la sua mano vincente, dirigendo una commedia drammatica, a metà strada tra Fantasmi a Roma di Pietrangeli, e Questi Fantasmi di Edoardo De Filippo, coadiuvato dalle meravigliose musiche di Pasquale Catalano.

di Erika Pomella
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