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Recensione Silenzio in sala
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Davanti al successo di un film e di una serie televisiva come Romanzo Criminale, era inevitabile che molti registi italiani realizzassero film ispirati ad importanti avvenimenti della nostra storia nazionale. Dopo Stefano Sollima con A.C.A.B., tocca a Marco Tullio Giordana che posiziona la macchina da presa sulla strage di Piazza Fontana.

Milano, 12 Dicembre 1969.

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Una giornata come tante, almeno in apparenza. Alle 16.37 una potente esplosione devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura mietendo 17 vittime e 88 feriti. Contemporaneamente, Roma viene colpita da tre bombe e strani movimenti rivoluzionari iniziano ad affollare le più importanti città italiane. La questura di Milano è convinta della colpevolezza della pista anarchica e condanna i maggiori esponenti del movimento. Dopo mesi di analisi, verifiche e confessioni contrastanti, la polizia inizia a pensare che la strage sia frutto di una cospirazione tra il movimento neonazista e i servizi segreti. La strage di Piazza Fontana, però, è soltanto uno dei violenti attentati che si sono succeduti negli anni di piombo. Dopo 33 anni di processi, la giustizia italiana non ha fatto il suo dovere: senza un colpevole né un movente, il mistero è rimasto insoluto e il responsabile è ancora a piede libero.

Romanzo di una strage è un film ricco di storia, pieno di vita (e di vite) e, contemporaneamente, saturo di morte.

B

Sono molte le pagine della storia italiana ad essere talmente dense di avvenimenti da non poter essere sintetizzate in alcun modo. E proprio questo è il grande errore in cui cade Giordana: la sceneggiatura scritta a sei mani dal regista con Sandro Petraglia e Stefano Rulli, non riesce a privilegiare un evento rispetto agli altri. La pellicola è divisa in diversi capitoli, ruota attorno a vari personaggi, racconta tante (piccole) storie. E se il punto focale è il Commissario Calabresi, un elegante e raffinato Valerio Mastandrea, spalleggiato da un magistrale Pierfrancesco Favino (dall’insolito accento milanese), la vicenda procede inesorabile, senza guardarsi mai indietro.

Cartelli insanguinati tramutano la pellicola in un vero e proprio dramma processuale, pieno di indizi, testimonianze, verità e bugie, che confondono i personaggi e gli spettatori. In un mondo in cui nessuno crede più alla giustizia né alla fede, è ineluttabile che prima o poi si smetta di lottare. Marco Tullio Giordana ha avuto il coraggio di portare in scena un evento tanto grave e doloroso che riguarda, nel profondo, ognuno di noi. Dedicato ai parenti delle vittime che “non hanno avuto giustizia ma sono stati costretti a pagare le spese processuali”. Se viene spontaneo chiedersi se la giustizia è ancora giusta, allora il regista ha colpito il bersaglio: la già vacillante coscienza collettiva.

di Martina Calcabrini
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