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Matrix Recensione


Matrix Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Un hacker (Keanu Reeves) vive due vite parallele; si fa chiamare Neo in quella virtuale ed è Thomas Anderson in quella reale. Gli eccessi d’individualismo lo costringono a sbarcare il lunario con lavoretti di cracking, in mancanza d’incarichi più rappresentativi e dignitosi.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 4/5

Il sonno apatico viene però metaforicamente interrotto da una strana entità che s’impossessa del suo personal computer, e gli offre una fiabesca opportunità d’evasione sotto forma di bianconiglio. Il Paese delle Meraviglie non è poi così appetibile come ci si aspetta, in special modo perché spietatamente più reale del primo. Una volta varcate le "colonne d’Ercole" non c’è modo di fare ritorno, a meno che non si scenda a patti con chi un mondo può fabbricarlo e migliorarlo.

In un’era post-moderna ancor più dolorosa e usurante della precedente, in cui reale è sinonimo di tangibile e realtà una mera decodifica di programmazione, la sua sola percezione può bastare a rendere chiunque schiavo dell’illusione e delle macchine. Il simbolismo dei Wachowski rasenta il citazionismo più esasperato già nella prima mezz’ora di prologo. Come se non bastassero i riferimenti alla letteratura classica e moderna, si pone al centro della storia l’emblema della resistenza contemporanea nei confronti dei sistemi precostituiti e proprietari. L’hacker – erroneamente confuso con il pirata informatico – fa della lotta contro restrizioni di libertà illegittime e ostacoli imposti un principio di vita, tanto da renderlo il feticcio ideale per sintetizzare il cronico impulso umano a varcare qualsiasi limite imposto dalla conoscenza; in special misura se scritta in codice binario.

Come se non bastassero i riferimenti alla letteratura classica e moderna, Matrix pone al centro della storia l’emblema della resistenza contemporanea nei confronti dei sistemi precostituiti e proprietari.

Le rievocazioni però non finiscono qui, confluendo nel cinema stesso, e non è certo un caso che si strizzi più di un occhio alle tecniche cronenberghiane di eXistenZ o alla prigionia inconsapevole di Truman Show.

Data per scontata la bontà degli ingredienti, c’è da chiedersi se il miscuglio sia riuscito. Tendenzialmente Matrix non aggiunge molto in termini di riflessione a temi già molto dibattuti. La saggezza dei suoi autori semmai è quella di rinunciare a tentativi velleitari di andare oltre certe speculazioni filosofiche e comporre un disegno equilibrato che risulti gradevole anche allo spettatore medio; meglio ancora se imperniato su tecniche di ripresa cult, rimandi non troppo velati al wuxiapian ed effetti speciali senza troppe manie di protagonismo. L’innovazione che ne sta alla base è di tipo incrementale, non facendo altro che sussurrare furbescamente a un pubblico stratificato la preoccupante consistenza del presente, ma senza suggerire delle risposte.

Rinunciare a dialoghi o atmosfere troppo sensazionalistiche, a favore di toni più smorzati, può avere però delle serie ripercussioni in termini di coinvolgimento, specie se non si è David Cronenberg. Un peccato che gli omaggi non terminino prima del finale: del superuomo illuminato forse si poteva fare davvero a meno.

di Valerio Ferri
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