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Men in Black III Recensione


Men in Black III Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Occhiali scuri, vestiti eleganti, armi stratosferiche, senso dell’humor e grinta da vendere: gli uomini in nero sono tornati. Sono passati quindici anni dall’ultima (dis)avventura degli agenti K e J, eppure la loro vita non è cambiata di una virgola.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Sempre impegnati a monitorare le mosse aliene, i Men in Black vigilano per salvaguardare la Terra da eventuali attacchi. A neutralizzatori e pistole disintegranti si aggiungono subito espedienti di difesa piuttosto semplici: padelle, salse speziate e bottiglie di vetro. Una sorta di piccolo avvertimento che, sin dai primi minuti, cerca di disabituare lo spettatore ad una New York ipertecnologica. Le luccicanti e rumorose scenografie di una della metropoli lasciano il posto a quelle di una tranquilla cittadina americana che, tra alieni in borghese e moto d’epoca, vive in diretta il primo sbarco sulla Luna.

La monotona routine degli agenti in nero viene spezzata dalla fuga del perfido Boris l’animale, un criminale baglodita che K, quarant'anni prima, era riuscito a rinchiudere in una blindata prigione lunare. L’extraterrestre decide di ripresentarsi sulla Terra e di tornare indietro nel tempo per riprendersi la vita che K gli ha strappato. L’agente J, allora, vittima della frattura temporale causata dall’alieno, viene spedito nel 1969 per salvare l’amico e per evitare che la vittoria di Boris comporti un tragico cambiamento della storia e del destino del mondo.

Dopo quattro anni di assenza dal grande schermo, Will Smith torna al cinema al fianco di Tommy Lee Jones, rinforzati dalla presenza di Josh Brolin, interprete, in questo terzo capitolo, di un giovane e affascinante K dai capelli gelatinati, il sorriso smagliante e un’abile capacità nel flirtare con le donne. L’alchimia tra i protagonisti funziona alla perfezione tanto che la componente comica e action finisce per avere la meglio su quella sci–fi.

Una sorta di piccolo avvertimento che, sin dai primi minuti, cerca di disabituare lo spettatore ad una New York ipertecnologica

Le creature di Rick Baker, uno dei più grandi maestri nella realizzazione di mostri cinematografici, vincitore di ben 7 premi Oscar, diventano sempre più ricche e voluminose. Sebbene la sceneggiatura di Men in Black III sia passata per molte mani, transitando soprattutto tra quelle di David Koepp e dell’Ethan Cohen di Tropic Thunder, alla fine ne è derivata una pellicola divertente e spensierata che fà dei continui battibecchi tra i protagonisti e delle citazioni a Ritorno al Futuro la dominante cromatica. La vicenda, leggera, vivace e spumeggiante, riesce ad ironizzare sia sui diritti civili e sulla segregazione razziale, che su Andy Warhol (come Michael Jackson prima di lui) e la sua Factory. Barry Sonnenfield si dedica anima e corpo a dirigere attori talentuosi alle prese con una storia familiare e innovativa al tempo stesso.

Alle musiche del compositore Danny Elfman si affiancano quelle del rapper Pitbull che donano un tocco di maggiore “coattaggine” al film. E proprio il mondo della musica ha un ruolo essenziale nella saga, tanto che nel terzo capitolo troviamo sia un cammeo di Lady Gaga che di Nicole Scherzinger, ex cantante delle Pussycat Dolls, nonché l’esordio cinematografico di Jermaine Clement, musicista del gruppo neozelandese Fight of the Conchords. Non a caso, il perfido villain, un accanito rockettaro con un braccio solo e occhi letali, finisce presto per diventare il miglior cattivo che i gli agenti abbiano mai dovuto affrontare. Ad eccezione di un 3D che poco aggiunge alla spettacolarità scenica della pellicola, Men in Black III è un degno erede della saga inaugurata nel 1997 e conclusasi tra salti spazio temporali, musica country e rap, creature aliene ed un tripudio di effetti speciali rigorosamente all’avanguardia.

di Martina Calcabrini
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