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Recensione Silenzio in sala
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Nel 1971 il regista Mel Stuart portava sullo schermo il primo adattamento del romanzo per bambini di Roald Dahl La fabbrica di cioccolato, dando a Gene Wilder il ruolo dell’eccentrico cioccolataio Willy Wonka. Il film divenne subito un cult, uno di quegli appuntamenti fissi di ogni Natale.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 2/5

Non deve essere stato facile, allora, per Tim Burton approcciarsi ad un universo così amato, pur con la sua strabiliante capacità di piegare grandi classici alla sua poetica. Durante la realizzazione del film in stop motion La sposa cadavere, il regista di Burbank decide di portare sul grande schermo il camaleontico Johnny Depp nelle vesti di Willy Wonka.

Il piccolo Charlie (Freddie Highmore), bambino povero e disagiato, vive in una baracca con i genitori e i quattro nonni. Il suo destino sembra destinato a cambiare quando scopre di essere il vincitore di uno dei cinque biglietti d’oro che il misterioso Willy Wonka (Johnny Depp) ha messo in palio e che valgono un tour nella sua grandiosa fabbricadi cioccolato. Per il ragazzo inizia così una strabiliante avventura all’interno di un mondo fatto di zucchero, cacao e ogni tipo di dolciume immaginabile.

Fu Gene Wilder il primo a palesare un certo risentimento per l’opera di Tim Burton. A ruota seguirono i commenti negativi di buona parte della critica internazionale, che accusava il regista di Big Fish di aver rinunciato alla propria poetica in favore di un cinema più commerciale e meno personale. Al contrario, La fabbrica di cioccolato mantiene vivi tutti gli elementi della produzione burtoniana, a partire dal protagonista. Willy Wonka è un disadattato, un freak portatore di una diversità non più fisica, ma psichica, dove traumi e limiti impediscono al personaggio di relazionarsi con il mondo esterno.

Willy Wonka è un disadattato, un freak portatore di una diversità non più fisica, ma psichica, dove traumi e limiti impediscono al personaggio di relazionarsi con il mondo esterno.

Proprio come Edward Mani di Forbici, a cui era vietato il contatto umano, Willy Wonka non riesce a toccare il mondo e, anzi, ne è intimorito. Ma Wonka è anche uno dei personaggi che, più di altri, raccontano la storia di quel bambino mai cresciuto che ricorre nella maggior parte delle pellicole di Burton. Un orfano alla disperata ricerca del consenso paterno che non riesce neanche a pronunciare la parola “parenti”, terrorizzato com’è dai rapporti normali e dalla gente che veicola questa normalità. Reinventando il linguaggio delle favole, Burton dipinge una società moderna responsabile di aver privato i bambini della loro innocenza, trasformandoli in mostri viziati e insopportabili attraverso il ritratto dispotico di creature assolutamente ingestibili.

Nonostante situazioni surreali e le brevi sequenze musicali degli Umpa-Lumpa, La fabbrica di cioccolato è una pellicola che nasconde la solitudine e il rimpianto sotto strati caramellosi di colori sgargianti e atmosfere da commedia.

Eccezion fatta per Charlie, personaggio allegorico che mostra tutta la purezza infantile, i bambini che entrano in contatto con Willy Wonka sono la grottesca copia degli adulti, privi di immaginazione e di sentimenti positivi, che vengono puntualmente puniti durante la narrazione. Gli stilemi delle fiabe vengono recuperati e utilizzati per mettere in scena punizioni quasi stereotipate. E proprio in questo risiede la forza del film: nella capacità di usare materiali culturali destinati all’infanzia per parlare agli adulti, anche grazie allo strumento - privilegiato da Burton nella sua filmografia - dell'ironia. «Roald Dahl - afferma il regista - miscela il tipo di infanzia che conosci, per esempio, a scuola, con antichi archetipi provenienti dai miti e dalle favole. È uno scrittore che ricorda la sua infanzia in modo vivido, vedendola però dal punto di vista di un adulto». Seppur distante dai capolavori Edward Mani di Forbice e Ed Wood (entrambi omaggiati in questa pellicola) Burton riesce a confezionare un film godibile per tutti, che lascia tracce evidenti di un punto di vista sensibile e sempre ricercato.

di Erika Pomella
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