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Recensione Silenzio in sala
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Peter Parker è un adolescente ribelle e solitario, abbandonato dai genitori, vive assieme agli zii Ben e May. Entrato casualmente in possesso di una cartella di lavoro che apparteneva al padre, si introduce alla Oscorp, dove viene punto da un ragno geneticamente modificato.

«Il mondo ha ancora bisogno di eroi».

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Roger Ward ammoniva così Mel Gibson nel primo Mad Max: un monito, quello estratto dall'esordio alla regia di George Miller, che calzerebbe a pennello come tagline dello Spider-Man di Marc Webb. Perché degli eroi si sente sempre la necessità, come se ne avverte la mancanza: a maggior ragione al cinema, anche quando ne vengono stravolti immagine e comportamenti ormai familiari. Dimenticate Tobey Maguire, dimenticate “quel” Peter Parker, in quanto la prima e principale rivoluzione effettuata da Marc Webb ha a che fare proprio con l'alterazione caratteriale del personaggio conosciuto durante la trilogia firmata da Sam Raimi. Nessun nerd imbranato e ricurvo sui libri, al suo posto un solitario ribelle, teppista in erba, skateboard incollato sotto le scarpe da ginnastica, cappuccio della felpa tirato sopra la testa e atteggiamento di perenne sfida nei confronti del mondo. Questo Peter Parker non assomiglia assolutamnete all'immagine cinematografica che ci eravamo fatta di lui, ne è quasi l'antitesi, in quanto palesemente distante dal timido secchione che conoscevamo. Ad accomunarli c'è soltanto la passione per la fotografia e la cronica timidezza verso l'altro sesso, che rallenta, ma non per questo impedisce, l'unione con Emma Stone (così come in passato avvenuto per Kirsten Dunst). Andrew Garfield e non Tobey Maguire, ne consegue che il nuovo Peter Parker piaccia proprio per le sue marcate differenze rispetto al modello originale, comunque estraneo al mondo che lo circonda ma in maniera diversa, tanto che viene da pensare cosa avrebbe potuto fare un ragazzo come lui con la maglietta dei Ramones sotto la felpa, se non fosse stato morso da un ragno geneticamente modificato.

Perché degli eroi si sente sempre la necessità, come se ne avverte la mancanza: a maggior ragione al cinema, anche quando ne vengono stravolti immagine e comportamenti ormai familiari

Probabilmente il chitarrista di qualche band newyorkese.

Assieme al suo protagonista cambia anche l'intero contesto di Spider-Man, immerso in un ambiente più tecnologico e al passo con i tempi, un universo che al vecchio Daily Bugle preferisce l'utilizzo di iphone e ipad, e che sembra guardare non tanto alle prime produzioni del fenomeno cinecomix, bensì alla sue naturali evoluzioni, come il Batman begins di Christopher Nolan ad esempio, al quale The Amazing Spider-Man strizza l'occhio tanto nell'esplicativo incipit infantile, quanto nella chiosa finale, la stessa che proietta il suo protagonista tra i pericoli di una missione di salvataggio della propria città, a rischio intossicazione da virus. Nel mezzo il raccordo narrativo già evidenziato poche righe fa, pregio e al tempo stesso principale difetto di una pellicola che, oltre ad esasperare in maniera ingiustificata il cronometro, carica di troppa attenzione il suo principale interprete, finendo per dedicare poco interesse alle figure attoriali che lo circondano. Nonostante ciò, The Amazing Spider-Man merita di essere visto e in gran parte apprezzato, non fosse altro che per il suo Peter Parker, magari un po' accentratore della scena, casinista e ancora troppo immaturo, probabilmente non del tutto consapevole di come “da un grande potere derivino grandi responsabilità”, ma alla fine dei giochi affascinante e coinvolgente.

Un personaggio in pericolo solo di fronte ad un'eventualità, che ci si avvicini a lui - e al suo film - con la sola intenzione di paragonarlo a quello di Raimi: sarebbe una metodologia di approccio e visione deleteria. Oltre che sbagliata.

di Luca Lombardini
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