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Alien Recensione


Alien Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Qualcosa di più paralizzante della visione ad occhi sbarrati della mostruosità esiste, e respira negli antri impercettibili dell’ignoto. Quel che non conosciamo, l’indistinguibile, ha la meglio sulle difese psichiche umane perché imprevedibile almeno quanto l’incertezza dell’esistenza, della coscienza che regola i misteriosi codici circadiani della natura e dell’universo, dall’abiogenetico impulso alla vita al senso ultimo della materia transeunte di ogni molecolare sciame stellare.

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Voto Silenzio in Sala: 4.5/5
Voto utenti: 3.0/5

Già Kubrick aveva improntato una complessa ed epica dissertazione sui destini dell’essere umano, e sul ruolo che quest’ultimo, come creatura infinitesimale in un incommensurabile sistema cosmico, ricopre nei cicli vitali della storia. E nello science fiction il regista britannico aveva trovato pagine vergini da criptare di quantistiche stimolazioni visive, rendendo la sospensione nel vuoto galattico che ci circonda e sovrasta, scenario impenetrabile agli inesauribili quesiti teleologici. A poco più di una decade da 2001 - Odissea nello spazio, Ridley Scott riporta il genere fantascientifico ad un più immediato consumo spettatoriale, conservandone influssi e contaminazioni, ma svolgendone tematiche speculative nel silenzio di un’oscurità priva di frontiere o riconoscibili soglie di identificazione.

Di ritorno da una missione di recupero minerario sul pianeta Thedus, l’astronave Nostromo si imbatte in un messaggio di soccorso proveniente da un pianeta sconosciuto. Attenendosi alle procedure della Compagnia astronavale, il capitano Dallas (Tom Skerritt)) modifica la rotta verso la Terra per sondare l’entità dell’s.o.s. pervenuto. Approdato sul pianeta, parte dell'equipaggio si dirige alla fonte del segnale di allarme: un enorme relitto spaziale che cela all'interno del proprio osservatorio uno scheletro extraterrestre con un visibile squarcio nel petto. Esplorando più a fondo lo scafo dell’astronave, Kane (John Hurt) scopre una covata di strane uova, all’interno delle quali pulsano creature organiche: una di queste fuoriesce da un ovulo attaccandosi al volto dell’astronauta in avanscoperta.

Un massacrante e stanante gioco tra predatore e preda di atavica incidenza, dietro al quale il cinema di fantascienza adombra i più disparati motivi filosofici, antropologici, sociologici, politici, ma che si nutre in definitiva, delle primeve e cupe esitazioni dell’uomo di fronte al senso ultimo della sua esistenza.

Nonostante i protocolli di quarantena ordinati da Ripley (Sigourney Weaver), l’ufficiale scientifico Ash (Ian Holm) permette agli astronauti di ritorno dalla perlustrazione di rientrare a bordo della Nostromo. Analizzando la creatura avvinghiata al volto del comatoso Kane, l’intero equipaggio assisterà inerme alla spaventosa genesi di una creatura di origini insondabili, ma dalla natura ferocemente ostile.

Il motivo per cui Alien, nel suo repellente e insinuante orrore, conserva una corazza refrattaria alle corrosioni degli anni, e continua a infrangere il suo sibilo strisciante nei condotti fumosi del linguaggio e dell’iconologia estetica della cinematografia moderna, risiede nell’intuizione, elementare e aberrante, di un autore ispirato da una verve germinale. Quel che davvero atterrisce in questa zona d’ombra – generazionale ancor prima che spettatoriale e visiva – è l’ineffabile senso di calamità, del rovinoso e impari scontro tra l’essere umano - sconfitto in partenza nella sua insignificante e polverosa finitezza, come pungolo in balia di nebulose scie interstellari - e forze trascendenti, predestinate nel loro implacabile immanentismo. Un massacrante e stanante gioco tra predatore e preda di atavica incidenza, dietro al quale il cinema di fantascienza adombra i più disparati motivi filosofici, antropologici, sociologici, politici, ma che si nutre in definitiva, delle primeve e cupe esitazioni dell’uomo di fronte al senso ultimo della sua esistenza.

Ridley Scott infiltra negli alveoli metallici della sua creatura cavernosa l’attesa dell’orrido, tra corridoi e insenature pulsanti come la paura e il terrore che li scherma. In questa lotta per la sopravvivenza, nel silenzio annichilente dello spazio, il trasudante genio visionario di H. R. Giger partorisce un’icona di rara eleganza e nefandezza morfologica, che all’istintiva perfezione predatrice de Lo Squalo – di quattro anni prima e ugualmente chiarificatorio nel ridimensionare la particella “uomo” in un più vasto organismo naturale - unisce suggestioni entomologiche disturbanti. La vorace foia cacciatrice dell'esoscheletro alieno, quel suo sguardo letale senza occhi, inchioda come mascelle nere nell’oleosa inafferrabilità del buio. La stessa Mother, il computer di bordo che governa e sottomette i destini dell’equipaggio a una sovrastante e inconfutabile volontà, diventa voce dogmatica immateriale, che nel suo carattere di impenetrabile matrice, impianterà la maternità come motivo dominante nel proseguo della saga, sviscerato in maniera di volta in volta più ematica, esile, uterina, torbida e ibridata dai capitoli eredi.

di Giuseppe Salvo
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