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Recensione Silenzio in sala
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L’unica certezza è che nessuno compie il cammino per caso. Tutti hanno una ragione per intraprenderlo.

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Ogni pellegrino che decide di percorrere il cammino per Santiago, quello esplorato in origine da San Giacomo, lo fa per un motivo preciso ma, soprattutto, per se stesso. Camminare in mezzo alla natura incontaminata in perfetta solitudine o insieme a (acquisiti) compagni di viaggio, aiuta a riflettere e a fare un bilancio della propria vita. Lo aveva narrato Paulo Coelho e, adesso, il regista Emilio Estevez, ispirandosi ad una storia vera, prova a mostrare l’importanza di un tale, devoto, sentiero spirituale.

Tom, un rinomato oftalmologo americano, è costretto ad andare in Francia per riconoscere la salma di suo figlio Daniel, ucciso da una violenta tempesta lungo il cammino di Santiago de Compostela, meta di pellegrini da oltre 1000 anni. Una volta cremato il corpo, Tom decide di compiere quello stesso viaggio che il figlio avrebbe voluto intraprendere con lui. L’uomo non è credente né allenato ma, portando con sé soltanto l’attrezzatura e le ceneri di Daniel, inizia il percorso. Un viaggio per e con il figlio lo porterà a capire che, nonostante la sua inaspettata e prematura scomparsa, il suo amore per Daniel non svanirà mai.

La perdita di una persona cara lascia sempre un segno indelebile nell’anima, un vuoto incolmabile, un dolore lancinante e inguaribile. La vita va avanti, però, ignara della sofferenza dei suoi protagonisti e indifferente agli insormontabili problemi che ognuno di loro deve affrontare giornalmente.

Lo aveva narrato [Paulo Coelho] e, adesso, il regista [Emilio Estevez], ispirandosi ad una storia vera, prova a mostrare l’importanza di un tale, devoto, sentiero spirituale

Per questo motivo, un uomo può decidere di aiutare se stesso, espiare le proprie colpe e lavorare sulla propria persona, cercando, per quanto possibile, di rimediare agli sbagli commessi. La bellezza del paesaggio aiuta ad alleggerire il macigno che ogni viandante si porta dentro ma non basta a curare le ferite né a lenirne il dolore. Una solitudine estrema, unita a tanti altri tipi di emarginazione, può alleggerire il peso di un’afflizione, aiutare a distaccarsi dalla realtà, fornirne altri punti di vista. La delicata fotografia di Juan Miguel Azpiroz, autore di Savage Grace, mostra paesaggi incorniciati dai primi, giallognoli, albori del mattino fino agli squarci rossastri del tramonto: dalla cittadina francese St.

Jean de Port, alle montagne dei Pirenei, fino ai territori più moderni della Spagna. Ogni scenario diviene idilliaco e fiabesco tanto che le immagini, a contatto con i personaggi, sembrano vivere di vita propria e animarsi come tanti tableau vivant. E al centro di un mondo bucolico e (quasi) primitivo, proprio lì dove “il cammino del vento incrocia quello delle stelle”, si incontrano tanti dolori diversi, lontani, seppur per poco tempo, dalla crudezza della realtà e dalla corruzione del mondo. La fatica fisica, la stanchezza psicologica e la malinconia della routine quotidiana contribuiscono ad accrescere il fascino della natura. Estevez accompagna i suoi protagonisti lungo il cammino, li avvicina e li conforta, spronandoli a continuare nonostante le avversità. Impossibile per lo spettatore rimanere indifferente al fascino degli scenari paesaggistici e umani, e alla veridicità di una storia autentica e toccante. Una poesia composta da fotogrammi arcadici che, sposando il dolore dei suoi protagonisti, permette ad ogni spettatore di riflettere sulla propria vita e, nel caso, di cambiare percorso finché è ancora in tempo.

di Martina Calcabrini
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