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Recensione Silenzio in sala
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Prima che arrivasse la rilettura burtoniana del capolavoro letterario di Roald Dahl, per l’immaginario collettivo non esistevano altri che potessero interpretare la parte di Willy Wonka meglio di Gene Wilder. Era il 1971 e Mel Stuart – regista classe 1928 – si apprestava a dirigere il suo film più conosciuto, oltre che un vero e proprio fenomeno di culto.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 3.0/5

Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato è la zuccherosa favola di un gruppo di bambini che, grazie ad un concorso legato alle famose barrette di cioccolato, riescono a varcare i cancelli della fabbrica (e dunque dell’industria) più plagiata al mondo. Ad attenderli al varco l’esuberante cioccolataio che li guiderà alla scoperta di un mondo fatto di magia e mistero.

«Come with me and you’ll be in a world of pure imagination, take a look and you’ll see into your imagination». È con queste parole che Willy Wonka presenta se stesso e il suo mondo ai giovani ospiti e a tutti gli spettatori. Parole che sembrano perfette per descrivere la pellicola di Stuart che, coadiuvato dalla sceneggiatura dello stesso Dahl, mette in scena un mondo dei balocchi dove a farla da padrone è la forza dell’immaginazione. Perché la fabbrica di cioccolato è essenzialmente questo: un sogno ad occhi aperti, il favoleggiare in una dimensione di magia, dove la fantasia diventa la via prediletta per rendere concreto l’impossibile. Le splendide musiche di Leslie Bricusse e Anthony Newley riescono a portare in scena uno spettacolo per l’udito che, andando di pari passo con la costruzione di universi dai colori sgargianti, riesce a dare allo spettatore la sensazione di un paradiso dei sensi. Sono senza dubbio gli indimenticabili brani uno dei punti di maggior pregnanza: con il suo impianto da musical Willy Wonka racconta una favola servendosi di note armoniose, rinunciando all’originalità a tutti i costi a favore di una costruzione diegetica che non cela mai l'intento di irretire e affascinare spettatori di tutte le età che sospirano mentre il piccolo Charlie scarta la fatidica tavoletta.

Allo stesso tempo il film di Mel Stuart è anche un romanzo di formazione, che pone al centro della sua narrazione due personaggi diversi ma speculari.

«»

Da una parte Charlie, bambino povero ma dal cuore grande che, proprio a causa della situazione disagiata, è costretto a crescere prima del previsto, senza rinunciare però alla magia tipica dell’infanzia di cui gli adulti si dimenticano con troppa celerità. La sua spiccata individualità emerge, soprattutto se messa a confronto con quella chiassosa degli altri bambini, che giocano fin troppo seriamente a fare gli adulti – più per capriccio che per necessità – finendo per assumere le sembianze inquietanti di esseri senza età, viziati e urlanti, facilmente corruttibili dal dispettoso dio danaro. Dall’altra parte della staccionata c’è un industriale, un ingegnere della cioccolata che sotto i ricci candidi e il cappotto ormai iconografico, nasconde la fragilità di chi vede il proprio lavoro sgretolarsi per via dell’espansione economica e dell'illegale competitività. Willy Wonka è – proprio come Charlie – un personaggio che non rinuncia alla propria infanzia e che anzi la insegue nella produzione di dolci e spuntini che sfidano qualsiasi legge fisica.

Due personaggi che diventano i centri nevralgici della narrazione e della fruizione spettatoriale, accalappiata da un rapporto complementare che rimane tra le righe per gran parte del film per poi suggellarsi nel climax finale. D’altro canto: the candyman can.

di Erika Pomella
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