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Recensione Silenzio in sala
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La più lungimirante intuizione di Christopher Nolan rimane quella di aver preso il miglior personaggio partorito dall’universo supereroistico – nessuno della vecchia guardia interpreta meglio di Bruce Wayne/Batman la tematica della maschera –, averlo sottratto dal distante contesto finzionale dei precedenti adattamenti, e averlo sbattuto ai piedi di un’ambientazione di carne e fango, e di quelle fessure che chiamiamo fobie, rimorsi, sensi di colpa. Malattie della mente che la contemporaneità, i suoi baratri insondabili di violenza e i suoi abusi, rende una cappa di urgente immanenza.

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In queste schisi si riversano le ombre della società, le disfunzioni globali – la delinquenza metropolitana, il terrorismo degli attentati – e le lesioni individuali – paura per i propri figli, per le persone care, per se stessi. E in queste crepe trova posto Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, estremo barlume in equilibri convenzionali intorbiditi, baluardo morale in inferni urbani senza speranza, che si serve del doppio e dell'ambiguità per combattere quello stesso nemico uguale per tutti, che ogni giorno e ad ogni ora della notte incrina gli specchi della vivibilità di questo marcio, compromesso, pantano terrestre.

Un nuovo criminale si aggira per le strade di Gotham, rapinando ingenti somme di denaro dalle banche della mafia. Attirata l’attenzione della criminalità, il Joker mette i capi della malavita di fronte all’unica possibile chance affinché il marcio della città possa perdurare: annientare il potere di coloro che si sono erti a tutori della legge. Ma l’ultimo arrivato mira subdolamente a frantumare i cardini alla base dei meccanismi che regolano la società, mutando gli equilibri della stessa criminalità, ormai usurati dalla politica moralizzante del nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent e del tenente Jim Gordon, e mostrando un solo piano per il raggiungimento di un unico obiettivo: lasciare che la gente di Gotham veda sotto una nuova luce l’eroe mascherato che vive e opera nell’anonimato, smascherarlo e ribaltare, agli occhi dei cittadini, la sua attività eroica in delittuosa e illegale azione antisociale.

In un mondo in cui l’essere umano è quanto di più prossimo all’esile e precario filo della follia, l’instabilità psichica e la vulnerabilità emotiva sono le uniche forze che regolano questo gioco funambolico di squilibri. I paradigmi psicopatologici che regolano i comportamenti umani, ancor prima che epistemologici, sono il sintomo di quanto l’ambiente sociale rappresenti una gabbia di regole dalle cui sbarre è impossibile sottrarsi. Christopher Nolan procede nel suo riadattamento dei personaggi batmaniani con uno sguardo fortemente ancorato ai timori e alle angosce del presente: a questi vincola tutti i protagonisti, confinati nelle prigioni del dubbio etico che segue la rugosa percezione della perdita. Nessuno si salva dalla corruzione dilagante e oscura del male, che infetta senza distinzione di condizione, e con forte senso di uguaglianza, le già vacillanti sicurezze e i saldi principi dei funzionari della moralità.

Un secondo capitolo che nasconde bene i suoi difetti, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Heath Ledger, dietro il cui ossessivo impegno a mostrare quel che ogni singolo individuo realmente è: una maschera di ipocrisia e menzogne.

Il Joker, non più la maschera carnascialesca e grottesca di Jack Nicholson, ma sfregiato e slavato volto senza nome né passato, è la mina vagante che innesca e diffonde un terrore slegato dalle fobie psicotrope di Ras’al Guul e Crane, piuttosto il prodotto concreto di questo tempo, alimentato dal tangibile sgomento di fronte allo scempio degli attacchi terroristici e delle esecuzioni di ostaggi in video.

Ai due atti di Batman Begins, che risolveva senza soluzione di continuità l’addestramento e la formazione di Bruce Wayne nell’adrenalinica escalation del suo alter ego notturno, subentra l’unico atto del sequel, un treno in corsa sul quale lo spettatore è trascinato – si entra fin dai primi secondi del prologo nel vivo dell’azione – e che mostra il fianco proprio in questo monoritmico eccesso dinamitardo. I veicoli dell’azione – il triangolo degli sconfitti, Batman, Dent, Gordon – vengono catapultati in un cavalcante e ammorbante flusso di coscienze, disgregate e logore fino alla fine, nell'inseguimento senza sosta di un’evanescente redenzione. Un secondo capitolo che nasconde bene i suoi difetti, grazie anche alla straordinaria interpretazione di Heath Ledger, dietro il cui ossessivo impegno a mostrare quel che ogni singolo individuo realmente è – una maschera di ipocrisia e menzogne - Christopher Nolan semina dubbi consacrati sull’altare di un’epoca capitalistica, iniqua, profittatrice, antropofaga, generosa soltanto nel figliare un’incessante sequela di mostri.

Resta il tarlo disturbante insito nella constatazione che questi parti malati della civiltà possano essere i portatori di un ultimo sprazzo di lucidità sociologica analitica e raziocinante.

di Giuseppe Salvo
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