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Bella addormentata Recensione


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Recensione Silenzio in sala
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Diritto di vita, diritto di morte. Ogni essere umano li possiede, eppure, secondo la religione cattolica, desiderando di metter fine alla propria vita, si commette un peccato mortale.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Marco Bellocchio, utilizzando la storia di Eluana Englaro, ragazza rimasta in coma vegetativo per 17 anni, realizza una pellicola intensa e drammatica che parla di eutanasia, di insofferenza umana di fronte a un mondo tornato allo stato animale e della brama di morte per un’esistenza, ormai, priva di senso.

Il senatore Uliano Beffardi (Toni Servillo) deve decidere se sostenere o meno una legge che la sua coscienza non riesce ad accettare. Sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita, manifesta davanti alla clinica in cui è ricoverata Eluana Englaro per impedire allo stato italiano di ucciderla. Divina Madre (Isabelle Huppert), un’attrice professionista di alto livello, sceglie di rinunciare alla propria carriera e alla propria vita privata per assistere la figlia in coma irreversibile da anni. Infine, Rossa (Maya Sansa) è una tossica cronica con manie di suicidio che viene accudita dal medico Pallido (PierGiorgio Bellocchio).

Tre donne forti, coraggiose e indipendenti sono le protagoniste della pellicola. Sullo sfondo di città grigie, di strade affollate e di ospedali pullulanti di infermi, si consumano le loro sofferte peripezie. Ognuna è affetta da un dolore che, quotidianamente, pulsa sempre più forte e rivendica il diritto di esistere. Ignare di cosa sia la felicità ma consapevoli di non avere (più) possibilità di conoscerla, reagiscono più o meno violentemente a ciò che il destino ha riservato loro.

Sua figlia Maria ([Alba Rohrwacher]), attivista del movimento per la vita, manifesta davanti alla clinica in cui è ricoverata Eluana Englaro per impedire allo stato italiano di ucciderla

C’è chi si dedica anima e corpo alle preghiere cercando in un’entità superiore il conforto necessario per continuare a (soprav)vivere; chi si getta tra le braccia della droga per smettere di pensare; chi, infine, lotta personalmente per quello in cui crede. Una sceneggiatura impegnativa, piena di perle morali ed etiche - o di presunte tali - che combattono per rompere il monopolio del dolore mal gestito e mal dosato in un’Italia cinica e depressa. Bellocchio, Veronica Raimo e Stefano Rulli, rimandando costantemente ad eventi storici e politici propriamente italiani, costruiscono una trama fitta di storie indipendenti ma intrecciate che ricordano l’esigenza vivida e vorace di vivere a qualunque costo. O forse, no.

Le note dolenti curate da Carlo Crivelli (Sorelle Mai), riflettono lo strazio, la sofferenza, l’agonia di battaglie perse in partenza perché la vita è un dono ma, spesso, la morte è l’unica possibilità di salvezza auspicabile. Il regista di Vincere si avvicina ai suoi personaggi, li assiste nei momenti peggiori e li sprona a riprendere il combattimento sul ring della vita. Seppur presentando, spesso, freddure indirette ai rappresentanti della politica italiana, il regista non propone alcuna soluzione, decide di non schierarsi, si limita a mostrare la cruda realtà dei fatti. Come il suo senatore Beffardi, vicino a una drastica decisione ma impossibilitato ad attuarla, Bellocchio depone l’ascia di guerra e affida il giudizio al pubblico. Tuttavia, facendo appello alle nostre coscienze, avverte e ammonisce.

di Martina Calcabrini
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