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Recensione Silenzio in sala
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«Oseresti dire che la terra non conta nulla per te? Ma se è la sola cosa per cui valga la pena di lavorare. Di lottare.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Di morire». Bastano le parole del capolavoro intramontabile Via col Vento per descrivere in modo sintetico il nuovo film di Ramin Bahrani, regista che nel 2008 aveva vinto a Venezia il premio Fipresci per Goodbye Solo. At Any Price è il quarto film di finzione del regista, che arruola un cast all star per raccontare lo scarto generazionale tra un padre e un figlio, sullo sfondo di un mondo agricolo all’apparenza obsoleto, che pone come nucleo narrativo l’eredità terriera. Come diceva Gerard O’Hara: «La terra è l’unica cosa che duri».

Henry Whipple (Dennis Quaid) è il proprietario di un vasto possedimento terriero. Da generazioni, infatti, la sua famiglia si arricchisce attraverso la vendita dei famosi semi Whipple. Dean (Zac Efron) non ne vuole sapere di ereditare l’attività di famiglia: il suo sogno infatti è diventare un pilota per la NASCAR, magari condividendo il proprio tempo libero con Candance (Maika Monroe). La vita, tuttavia, non si piega quasi mai ai capricci individuali, e ben presto Henry e Dean, dopo una vita passata agli angolo opposti di un ring, si ritroveranno intimamente vicini, spinti a reinventarsi non solo come esseri umani, ma anche come individualità inserite in un contesto più ampio.

«Sono un uomo felice?».

è il quarto film di finzione del regista, che arruola un cast all star per raccontare lo scarto generazionale tra un padre e un figlio, sullo sfondo di un mondo agricolo all’apparenza obsoleto, che pone come nucleo narrativo l’eredità terriera

È la domanda che il personaggio di Henry pronuncia nello spasmodico desiderio di convincere se stesso che il raggiungimento dei propri obiettivi possa combaciare con il conseguimento della tanto agognata felicità. Eppure il suo volto è la maschera spettrale di un uomo che ha visto gli inferi nei quali rischiare di perdersi se solo si abbassa la guardia, in uno spento omaggio allo splendido finale di Mystic River. Dall’altra parte della barricata c’è l’immagine sfocata di un ragazzo che tenta in ogni modo di sfuggire a un padre sempre più interessato al figlio maggiore. Henry e Dean sono i due punti nevralgici di una drammaturgia in cui passato e futuro si inseguono, fino a confondersi: padre e figlio non si capiscono e non riescono ad accettare l’uno i sogni dell’altro.

Niente di nuovo. Il regista si contenta di dirigere una storia già raccontata, adagiandosi sui cliché iconografici di un racconto incompleto che non diverte né affascina. Lunghi ed estenuanti silenzi fanno da contraltare a bozzetti di personaggi lasciati a galleggiare nella propria incompiutezza. Non aiuta il buon cast a risollevare le sorti di un film insipido e manchevole. Forse anche il regista, come il suo protagonista, dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda.

di Erika Pomella
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