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Woody Recensione


Woody Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Ho un solo rimpianto nella mia vita: quello di non essere qualcun altro”. Se esistesse un manifesto del neo-nichilismo del XX secolo potrebbe senz’altro essere introdotto da queste parole di Woody Allen.

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Regista, comico, attore, autore di scritture per il cinema di impareggiabile genialità, di dialoghi e monologhi che ne hanno fatto la storia, Allen è un talento di cui il grande schermo non si è ancora saziato. Il film documentario di Robert B. Weide fa il punto su un uomo che finora mai del tutto aveva raccontato se stesso attraverso la macchina da presa. L’infanzia, gli esordi, l’umorismo, gli attori, le donne e i film in un ritratto a tutto tondo: tutto quello che avreste voluto sapere su Woody Allen e non avete mai osato chiedere. E a 75 anni, con 43 film girati - il primo nel 1966, What's New Pussycat?, l’ultimo nel 2012, To Rome with Love – il regista newyorkese sta al cinema americano al pari di un innovatore, un guru. La commedia, la storia della sceneggiatura, il monologo come genere e stile, ognuna di queste cose si divide in un periodo “pre-Woody” e “post-Woody”.

Weide, ex ragazzo prodigio della televisione, dirige Allen per la prima volta nei panni di se stesso. Un mito del cinema raccontato attraverso le sue stesse parole e il ricordo di alcuni dei più grandi attori con cui ha lavorato: da Penelope Cruz a Sean Penn, da Martin Scorsese a Naomi Watts, fino alla ex moglie Diane Keaton e alla musa di oggi, Scarlett Johansonn.

Weide] fa il punto su un uomo che finora mai del tutto aveva raccontato se stesso attraverso la macchina da presa

Weide raccoglie, come un giovane allievo, le confidenze di un maestro, attraverso i suoi appunti sparsi, la vecchia macchina da scrivere e i ricordi, dall’infanzia a Brooklyn - quando era ancora solo Allen Konigsberg, un ragazzo ebreo con la passione per le barzellette – fino all’esordio nel cabaret e poi nel cinema. Nel ripercorrere gli errori e le passioni della sua vita, Woody non dimentica mai di partire dalla più lunga delle sue storie d’amore: quella con New York, l’adorata città natale, ritratta all’alba, al tramonto, illuminata nella notte o avvolta nella nebbia, in un’eterna istantanea autunnale o sotto la neve. Chi ha adorato Woody Allen - in Italia soprattutto grazie all’indimenticabile doppiaggio tartagliante di Oreste Lionello - non potrà non provare un pizzico di malinconia nel vedere il regista parlare delle sue opere di vent’anni fa con lo stesso affetto delle pellicole recenti. A parte qualche piccolo inciampo, la lunghissima carriera del regista è scandita per lo più da successi e intervallata da una continua sperimentazione.

Come nel passaggio dalla commedia al noir, che ha dato vita a una pellicola come Match Point, ibrido di rara intelligenza cinematografica.

Dopo il film di Laurent Bouzereau, Roman Polansky: A film memoir, il 2012 si conferma un anno proficuo per la produzione di ritratti per il cinema. Nel girare questa ambiziosa produzione televisiva, fortemente voluta dal network statunitense PBS e presentata al 65° Festival del Cinema di Cannes 2012 nella sezione Cannes Classics, Weide si conferma uno dei registi più creativi del piccolo schermo. Per anni uomo di punta delle serie tv della PBS (The Marx Brothers, Lenny Bruce: Swear To Tell the Truth) e con due Emmy e una nomination agli Oscar nel 1998, Weide dirige Woody con l’accuratezza di un documentarista e la cura per il dettaglio di un cineasta. Anche se penalizzato nella versione commerciale da un notevole taglio – all’originale di 3 ore mostrato a Cannes sono stati sottratti dalla distribuzione quasi 120 minuti - il documentario mostra un’attenzione, decisamente televisiva ma tutt’altro che scontata, per ogni particolare tecnico e stilistico che possa anche solo rievocare le opere del suo protagonista. Non solo la bellissima fotografia di New York e il jazz di sottofondo, ma anche la struttura episodica - con l’utilizzo dei titoli per introdurre i diversi capitoli - rivelano da una parte il tentativo furbesco di Weide di avvinghiare lo spettatore prendendo in prestito i ceppi alleniani, ma dall’altra l’assimilazione minuziosa ed eccezionale di quel timbro inconfondibile.

di Aurora Tamigio
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