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Quantum of Solace Recensione


Quantum of Solace Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Ci sono dolori che non si affievoliscono, ferite che non rimarginano, vuoti che non è possibile colmare. In Casino Royale, Bond aveva perso l’amata Vesper Lynd, trasformandosi, ben presto, in un uomo algido e solitario.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
Voto utenti: 3/5

Puntando sul risvolto psicologico e introspettivo del protagonista, la Sony Pictures affida la direzione di Quantum of Solace allo svizzero Marc Forster, regista di pellicole intense e drammatiche come Neverland – Un sogno per la vita e Il cacciatore di aquiloni.

James Bond (Daniel Craig) e M (Judi Dench) interrogano a lungo Mr. White, scoprendo che l’organizzazione criminale che ricattava Vesper è collegata a un sospetto giro di affari ad Haiti. Aiutato dalla bella Camille (Olga Kurylenko), Bond conosce Dominic Greene (Mathieu Almarich), uno spietato membro dell’organizzazione terroristica che vuole impossessarsi delle più importanti risorse naturali del mondo. Supportato da Mathis (Giancarlo Giannini), in debito con lui, l’agente segreto è costretto a depistare i terroristi, la CIA e persino M, pur di scoprire il vero responsabile del tradimento di Vesper.

Dopo il successo del precedente capitolo, Paul Haggis, Neal Purvis e Robert Wade redigono anche la sceneggiatura del ventiduesimo capitolo della saga, a metà strada tra realtà e finzione, tra politica e attualità, tra evoluzione e arretratezza. Quantum of solace è una pellicola moderna che, strizzando l’occhio agli elementi classici della serie, utilizza un tono satirico per denunciare la malvagità e l’avidità del mondo contemporaneo. A 30 minuti di distanza spazio-temporale dalla scena finale di Casino Royale, Bond si mette alla ricerca dei veri colpevoli della morte di Vesper. Come un cowboy privato della sua unica ragione di vita, annega il dolore nell’alcool, vagando per territori aridi in cerca di vendetta.

White, scoprendo che l’organizzazione criminale che ricattava Vesper è collegata a un sospetto giro di affari ad Haiti

Trasandato nell’aspetto e nell’anima, l’uomo rimane indifferente al fascino fragile e delicato delle donne che lo circondano e smette di lasciarsi coinvolgere nelle loro disavventure personali. Forte dell’acquisita licenza di uccidere, Bond non disdegna omicidi a mani nude, a freddo, senza pietà. Più cinico, più cupo, sicuramente più imperturbabile che in passato, l’agente 007 non è un eroe ma un uomo comune che, incapace di distinguere i buoni dai cattivi, agisce e, il più delle volte, sbaglia. Costretto infine a scontrarsi con Dominic Greene, un villain sofisticato, Bond sarà diviso tra inseguimenti mozzafiato, corse affannate ed esplosioni letali vissute sulla propria pelle.

Abusando di primi piani, di camere a mano e di un montaggio alternato frenetico e centripeto, Forster privilegia il versante real action della pellicola, boicottando qualsiasi tipo di effetto digitale in blue screen. Così facendo, però, finisce per adombrare i demoni interiori dei personaggi tanto che questi sono spinti ad agire, esclusivamente, da un’insaziabile sete di vendetta e da un’implacabile rabbia assassina. I protagonisti si incontrano quasi di sfuggita, senza il tempo di relazionarsi, ognuno rimane fermo sulla propria posizione, custodendo gelosamente la disperazione personale. Il quantum of solace, cioè il limite di sicurezza che si deve superare per aver fiducia nelle persone, dunque, non può più esistere perché, come rimprovera M al suo agente doppio zero, non si conosce mai davvero nessuno.

di Martina Calcabrini
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