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Argo Recensione


Argo Recensione

Recensione Silenzio in sala
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4 novembre 1979. Durante la rivoluzione iraniana i ribelli prendono d’assalto e sequestrano l'ambasciata americana di Teheran.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Sei cittadini americani riescono a fuggire e a rifugiarsi clandestinamente presso l’ambasciatore canadese Ken Taylor (Victor Garber). Per rimpatriare i sei statunitensi la CIA organizza, attraverso l’agente Tony Mendez (Ben Affleck), un’imponente operazione di copertura: girare un finto film di fantascienza in Iran, chiamato "Argo", con tanto di sceneggiatura, produzione hollywoodiana e campagna promozionale.

C’è un irriconoscibile Ben Affleck alla regia di uno dei casi cinematografici di questo autunno 2012, tratto dalla vera incredibile storia della più ingegnosa operazione di espatrio di tutti i tempi, il Canadian Caper. La missione segreta congiunta di USA e Canada per riportare a casa sei cittadini americani intrappolati nell'Iran presidiato della rivoluzione del '79, prevedeva la creazione di un finto set cinematografico con annessa una gigantesca campagna mediatica che attirasse l'attenzione delle autorità iraniane convincendole a concedere alla troupe e ai sei ostaggi di uscire dal paese. Ben Affleck gira un film che omaggia e dissacra al contempo l’intero sistema di Hollywood. Da protagonista del patinato universo del colossal fracassone (Pearl Harbour, Armageddon), Affleck manifesta una conoscenza profonda - registica, certo, ma soprattutto attoriale - del gigantismo delle produzioni statunitensi, trattate come involucri vuoti sotto le quali nascondere qualcosa che non esiste. In questa disillusa celebrazione di una delle più affascinanti e leggendarie operazioni della storia contemporanea, non può che essere omaggiato il più grande dei generi USA: il colossal fantascientifico. La "pellicola" di Tony Mendez è un derivato de Il pianeta delle scimmie, ma finisce inevitabilmente per somigliare a Star Wars, ricordando nella sua produzione gli ultimi eventi del cinema hollywoodiano, da Il signore degli anelli ad Avatar.

Al suo terzo film da regista, dopo Gone baby gone e The Town, Ben Affleck dirige l'ottima sceneggiatura di Chris Terrio, talento del cinema indipendente statunitense, scritta a partire da un articolo di giornale che narrava la vicenda del Canadian Caper.

Da protagonista del patinato universo del colossal fracassone (Pearl Harbor, Armageddon), Ben Affleck manifesta una profonda conoscenza del gigantismo delle produzioni statunitensi, trattate come involucri vuoti sotto le quali nascondere qualcosa che non esiste.

Stupisce in Argo l’abilità nel gestire con naturalezza un intreccio complesso e composito. Studiato come un film a scatole cinesi, secondo una complicata ma sempre affascinante tecnica metacinematografica, Affleck gira di fatto almeno due film in uno, mescolando commedia, thriller e riflessione storica. Ed è in particolare quest'ultimo aspetto a risaltare. Il racconto della crisi iraniana rifugge il solito paternalistico sguardo statunitense sulle realtà forestiere; allo stesso tempo Ben Affleck opera una ricostruzione del contesto e della mentalità americana di fine anni ’70 con tale precisione e maturità che si ha l'impressione di ritrovarsi catapultati in atmosfere in stile Caso Watergate.

Inserendo elementi di veridicità che trovano riferimenti storici precisi nelle vicende politiche e nei personaggi (dal presidente Carter allo stesso Mendez), emerge un solido affresco - per scenografie, costumi e dialoghi - di quella tensione che regnò negli Stati Uniti fra anni '70 e '80. Affiancato dagli ottimi comprimari Bryan Cranston e Alan Arkin (già premio Oscar per Little Miss Sunshine nel 2007) Affleck si concede una recitazione sotto le righe, distante dagli antichi eroismi degli anni '90, pacata e in linea con l’aspetto smunto del suo Tony Mendez.

di Aurora Tamigio
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