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Recensione Silenzio in sala
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Bella (Laura Chiatti) è la presentatrice di uno show televisivo che inneggia alla chirurgia plastica come soluzione all’insoddisfazione. Suo marito René (Alessandro Preziosi), direttore della clinica Belle Vie nel Sud Tirolo e ossessionato dalla fama, è il medico che si occupa delle operazioni.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5

Tru Tru (Lino Guanciale) è uno degli idraulici della clinica, con velleità da cantante. Quando a Bella viene annunciato che il suo posto in televisione sarà preso da un’altra soubrette più giovane, la donna sembra risoluta a prendersi la sua rivalsa. Ma alla guida della sua auto, il parabrezza viene colpito da un sanitario caduto dal furgone guidato da Tru Tru. René, assetato di pubblicità e bisognoso di soldi, decide di sfruttare la situazione: dice alla stampa che sua moglie è rimasta sfigurata durante l’incidente. Da questa affermazione prenderanno il via una girandola di disavventure e incomprensioni.

Nel tentativo di dirigere un attacco al contesto culturale della contemporaneità, Pappi Corsicato, già regista de Il seme delle discordia, confeziona uno spettacolo che sembra affondare le proprie radici nei canovacci della commedia dell’arte. Ai personaggi cinematograficamente funzionali il regista sostituisce delle maschere stereotipate (la bella bionda e sciocca, l’operaio che sogna una vita diversa, il paparazzo ossessivo) che tolgono agli attori la possibilità di affermarsi come personaggi reali, ancorati piuttosto ad una dimensione di irrealtà. La recitazione stessa degli interpreti, dalla Chiatti a Preziosi, è esageratamente innaturale, come in una galleria di automi dall’aspetto simile a quello umano, ma incapaci di regalare lo stesso spettro emotivo.

Ma alla guida della sua auto, il parabrezza viene colpito da un sanitario caduto dal furgone guidato da Tru Tru

Nella sempre attuale disputa tra essere e apparire questa scelta drammaturgica appare perfettamente in tono: i protagonisti di Corsicato, molti dei quali derivano da una televisione sempre più bistrattata e snobbata, sono esseri che puntano tutto sull’apparire, sull’immagine stereotipata da concedere al pubblico. Ma questo discorso non si presta solo ai protagonisti principali: l’occhio di Corsicato scende, implacabile, a registrare un pubblico in stato vegetale, che si entusiasma per l'ennesima vicenda della showgirl di turno, ignorando le cose importanti che accadono intorno a loro. Nel mondo de Il volto di un’altra non c’è spazio per la verità, ma – e questo va riconosciuto al regista – non c’è spazio neanche per i facili moralismi di cui molto cinema nostrano è diventato emblema.

Nel racconto di un mondo popolato da corruzione, superficialità, chirurgia plastica e televisione spazzatura, Corsicato utilizza la fusione dei più svariati generi cinematografici. Si passa così dalla commedia alle tinte degli horror nipponici, senza che il regista riesca mai a sviscerare veramente tali generi.

Al contrario, rimangono solo pennellate di colore incapaci di fondersi l’una con l’altra, dando il risultato di un pastrocchio fortemente kitsh. C’è persino spazio per delle intere sequenze girate in bianco e nero che, se da una parte richiamano il Frankenstein di Whale e l’espressionismo tedesco, dall'altra finiscono per essere un semplice gioco narrativo, che trova la sua motivazione nell’intolleranza paradossale del chirurgo per la vista del sangue. Tutte queste miscele, potenzialmente esplosive ma fatalmente fuori luogo, finiscono con l’appesantire la fruizione spettatoriale, resa difficoltosa nonostante il minutaggio finale si aggiri intorno agli ottanta minuti.

di Erika Pomella
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