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Recensione Silenzio in sala
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Nato dalla penna di J.R.R. Tolkien, il mondo descritto nella trilogia de Il signore degli anelli ha avuto il merito di reinventare il fantasy e di traghettarlo nel nuovo secolo, offrendo a varie generazioni di lettori la possibilità di affacciarsi ad un'opera letteraria che, sotto l'aspetto di racconto di formazione, nasconde molteplici chiavi di lettura e riproposizioni di vecchie tradizioni folcloriche.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
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A questa molteplicità interpretativa si aggiunge anche una lunga serie di temi archetipici che hanno contribuito a far sì che l’opera di Tolkien fosse anche, e soprattutto, un'opera di intrattenimento. La Terra di Mezzo, con i suoi Nani ed Elfi, ha finito per irretire anche il regista Peter Jackson, che per anni ha cercato di restituire sul grande schermo la meraviglia del testo d’origine. Ne deriva la scelta di dividere il componimento in tre pellicole (proprio come avviene per i romanzi), di cui Il signore degli anelli - La compagnia dell’anello ne sancisce il primo, formidabile, capitolo.

Nella Terra di Mezzo i tempi bui sono solo un brutto ricordo. L’Unico Anello, creato dall’Oscuro Signore Sauron, e responsabile della morte e della distruzione di terre e popoli, è andato perduto, e così il suo diabolico artefice. Così almeno si crede. L’Anello è in realtà giunto nelle mani del giovane Frodo Baggins (Elijah Wood), e lo stregone Gandalf (Ian McKellen), avendo avuto dei presagi sulla nuova ascesa di Sauron, ordina al piccolo hobbit di partire alla volta di Gran Burrone, luogo incantato abitato dagli Elfi, per decidere il destino dell’anello. Per il lungo viaggio Frodo è accompagnato dal suo amico/giardiniere Sam (Sean Astin), Merry (Dominic Monaghan) e Pipino (Billy Boyd).

A questa molteplicità interpretativa si aggiunge anche una lunga serie di temi archetipici che hanno contribuito a far sì che l’opera di Tolkien fosse anche, e soprattutto, un'opera di intrattenimento

Braccati dai Nazkul, spettri oscuri agli ordini di Sauron, i quattro hobbit trovano soccorso in un ramingo chiamato Granpasso (Viggo Mortensen) e che scopriranno essere Aragorn, il legittimo erede del Regno degli uomini. Il viaggio verso Gran Burrone si rivela pieno di insidie, ma quando finalmente Frodo vi arriva, scopre che la sua missione è appena cominciata. Il consiglio di Re Elrond (Hugo Weaving) decreta che l’anello dovrà essere distrutto esattamente dove venne forgiato, tra le fiamme di Monte Fato, a Mordor, a due passi dall’occhio del nemico. Viene così costituita un compagnia di cui fanno parte – oltre ai quattro hobbit, Aragorn e Gandalf – il nano Gimli (John Rhys-Davies), l’Elfo Legolas (Orlando Bloom) e l’umano Boromir (Sean Bean).

I nove componenti della compagnia dell’Anello iniziano così un lungo percorso, che li porterà sempre più vicini al pericolo.

Non è mai facile offrire al grande pubblico la trasposizione da un romanzo di successo: il rischio è quello di far storcere il naso ai puristi dell’opera letteraria o, al contrario, di rimanere ancorati alle pagine scritte quel tanto da confondere gli sprovvisti neofiti. Il più grande merito di Peter Jackson è di aver trovato il perfetto equilibro tra i due estremi con una pellicola che nelle sue meraviglie visive conserva l’atmosfera epica ed evocativa del romanzo d'origine, rivestendola tuttavia di un’aura rinnovata. La Compagnia dell'anello, pur con l'effettistica digitale d'avanguardia, non rinuncia al livello umano della vicenda, affondando la propria drammaturgia nel viaggio di un eroe sui generis, che anche nella sua fisicità stona incredibilmente con l’immaginario collettivo dei supereroi degli anni ’50 - decade della pubblicazione del romanzo di Tolkien. Non c’è niente di epico nello hobbit chiamato alla ribalta, messo al centro di un'intera saga per rinverdire lo scontro millenario tra bene e male. Eppure Frodo, destinato a diventare il salvatore della Terra di Mezzo, è solo una macchia di colore nella più vasta e variegata galleria di personaggi su cui la sceneggiatura, che ben tiene conto del ritmo, pone l’accento: i nove componenti della compagnia vengono inseriti in un contesto che permette loro di non restare impantanati nella scomoda posizione di comprimari, ognuno con il loro spazio di approfondimento - e tormento - psicologico. E se ottima è la prova del cast, ancora superiore è la resa tecnica: l'ariosa fotografia di Andrew Lesnie si fonde con precisione disarmante ai contorni della Nuova Zelanda, che diventa una terra popolata da creature mitologiche. La vividezza della messa in scena, accostata alla minuziosa ricostruzione delle scenografie, spinge lo spettatore verso quello spettacolo sensoriale avvincente che valse alla pellicola quattro Oscar. Curato in ogni sua minima componente, Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello ha il solo difetto di partire un po’ in sordina: dopo un prologo che tesse - a mo' di compendio - lo scenario storico della Terra di Mezzo, la pellicola rallenta nella presentazione del mondo e delle abitudini degli Hobbit. Primi minuti di messinscena in cui Jackson sonda i limiti della macchina da presa e della sua immaginazione: una volta scoperta l'inesistenza di tali limiti, la pellicola è pronta ad incamminarsi lungo magiche e mirabolanti avventure.

di Erika Pomella
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