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Recensione Silenzio in sala
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L’intrepido viaggio dei pochi che ebbero il coraggio di ribellarsi alla cupidigia del Male sta volgendo al termine. Le pendici del Monte Fato sono sempre più vicine, mentre bugie e tradimenti rischiano di mettere in pericolo il successo della missione volta a distruggere per sempre l’Unico Anello e il malvagio Sauron.

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Voto Silenzio in Sala: 4.0/5
Voto utenti: 4/5

Seguendo le subdole indicazioni di Gollum, Sam e Frodo cadono in una trappola mortale. Privi di notizie, Aragorn, Legolas, Gimli e Gandalf decidono di concedere ai due hobbit un diversivo. Aragorn, l’erede di Isildur – il primo che distrusse la minaccia di Sauron – reclama il suo trono, attirando su di sé l’attenzione dell’oscuro signore. Rohan e Gondor si preparano a scendere in guerra, nonostante la reticenza di Denethor (John Noble), dissennato sovrintendente di Gondor, ancora in lutto per la perdita di Boromir e incapace di amare il secondogenito Faramir (David Wenham). Il ruggito dell’ultima battaglia per la salvezza della Terra di Mezzo echeggia lungo le pareti scoscese di Monte Fato, mentre Frodo e Sam tentano un ultimo disperato tentativo di riportare la pace nel mondo.

L'epilogo di una saga, l'ultimo afflato di un viaggio immaginifico ed emotivo, è quel sigillo definitivo che si fa carico della risoluzione semantica di una storia, e del lascito da consegnare ai posteri. Il ritorno del Re investe totalmente questi presupposti, imponendosi come la degna conclusione di un’opera capace di riscrivere gli stilemi di un genere. Con l’avvento de Il signore degli anelli un mondo popolato da nani, elfi, orchi e creature malvagie, diventa un universo ricco di fascino e meraviglia da conoscere e ammirare.

Aragorn, l’erede di Isildur – il primo che distrusse la minaccia di Sauron – reclama il suo trono, attirando su di sé l’attenzione dell’oscuro signore

«Tenetevi il vostro paradiso. Quando morirò me ne andrò nella Terra di Mezzo», scrive G.R.R. Martin, lo scrittore fantasy che più di tutti è riuscito ad accogliere l’eredità lasciata da Tolkien e rilanciarla nel nuovo millennio con le sue Cronache del ghiaccio e del fuoco. Un pensiero che aiuta a comprendere la portata di un fenomeno come The Lord of The Rings sull’arte in generale.

Peter Jackson ne rappresenta la sponda cinematografica, solerte portavoce degli incanti descritti minuziosamente nella trilogia letteraria. Con Il Ritorno del Re il regista neozelandese conclude il sentiero avventuroso ed esistenziale dei suoi protagonisti e dei loro destini incerti.

Carico di monologhi memorabili, il terzo capitolo è una pellicola viscerale, racconto appassionato dove i difetti dei personaggi appaiono come prova dell’umanità che li caratterizza. Nessun trofeo da conquistare, né alcuna possibilità di sfuggire al male che sembra tiranneggiare, gli eroi non sono paladini senza macchia. Lo stesso Frodo, indebolito dal fardello che porta al collo, diventa facilmente influenzabile, moralmente ambiguo e maldestro nelle sue decisioni, e al contempo rimane quel mezz'uomo pronto a sacrificare il proprio angolo sicuro per la salvezza dei molti. Ritratti complessi e perfettamente studiati che si risolvono nel racconto epico di una guerra infernale, che è anche lotta individuale contro la propria imperfezione, i propri limiti, la propria terrena vulnerabilità. Tolkien ha dato origine a nuove mitologie, un inventario di usi e costumi, luoghi, intrighi e vicende a cui Peter Jackson conferisce universalità e riconoscibilità iconografica. Imponente nella messa in scena e commovente nella scrittura, Il ritorno del Re affascina per l’attenta ricostruzione di un mondo incredibilmente variegato. Nel finale, che dà la flebile impressione di trascinarsi oltre il necessario, risiede in verità il desiderio comprensibile del regista di non lasciare niente di incompiuto.

di Erika Pomella
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