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Recensione Silenzio in sala
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Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un maniacale antiquario, colto e solitario, ossessionato dall’arte al punto di pagare l’amico Billy (Donald Sutherland) per fare offerte alle aste in cui il battitore è lui stesso. Sulla strada della vecchiaia l’uomo si imbatte in una misteriosa donna, Claire (Sylvia Hoeks), che lo incarica di vendere il patrimonio artistico lasciato dalla famiglia.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Claire, però, è affetta da una forma molto grave di agorafobia che le impedisce di mettere il naso fuori dalla sua stanza se in casa c’è qualcuno. Incuriosito dalla ragazza, Virgil, seguendo i consigli del giovane Robert (Jim Sturgess), finirà col stringere amicizia con la donna, innamorandosene.

Scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, La migliore offerta è il ritorno alla fiction del regista siculo, dopo l’intermezzo documentaristico di L’ultimo gattopardo: ritratto di Goffredo Lombardo. A tre anni di distanza da Baaria, Tornatore abbandona i confini familiari della terra natale, per immergere la messinscena in un'atmosfera cinematografica internazionale. Non a caso tutto il peso drammaturgico ed emotivo della pellicola poggia sulle spalle di Geoffrey Rush, meraviglioso interprete a cui si deve la principale attrattiva della diegesi. Virgil Oldman è un personaggio solitario, isolato dal mondo, lugubre in alcuni suoi atteggiamenti; con le mani sempre avvolte nei guanti, l'uomo sembra rifiutare il mondo e gli esseri che lo abitano. Rifiuta il contatto fisico con i suoi simili, arrivando perfino a non riuscire a toccare un telefono senza averlo ermeticamente avvolto in un panno di cotone. Un confine, questo, che decade quando l’uomo deve entrare in contatto con l’arte.

A tre anni di distanza da Baaria, Tornatore abbandona i confini familiari della terra natale, per immergere la messinscena in un'atmosfera cinematografica internazionale.

Allora le precauzioni non servono e la pelle scivola avida sui colori smorzati dal tempo, in un amplesso platonico che unisce l’uomo alla sua espressione artistica. All’inizio della storia troviamo un uomo razionale, estremamente colto, elegante nella dialettica tanto quanto nell’estetica, raffinato profittatore dell’ignoranza di alcuni suoi clienti per mettere le mani su preziosi ornamenti artistici. L’entrata in scena di Claire, con problemi complementari a quelli di Virgil, costringono l’uomo a ritoccare il proprio ritratto individuale, a scendere a patti con se stesso. Una trasformazione che ha un sapore quasi luciferino e che si esprime al meglio in una scena in cui l’infelice antiquario si trova, suo malgrado, a interpretare una rilettura negativa dell’uomo vitruviano di Leonardo: non più un simbolo di illuminazione culturale, ma l’immagine della sconfitta dell’arte, macchiata dai più bassi desideri umani.

Purtroppo alla splendida interpretazione di Geoffrey Rush non ne corrisponde una qualitativamente paritaria di Sylvia Hoeks, che rimane intrappolata nel proprio ruolo mentre orbita intorno all’interprete australiano.

La storia, che in alcuni punti sembra richiamare La leggenda del pianista sull’oceano, è tutt’altro che perfetta. Disteso sulle noti inquietanti e avvolgenti del maestro Ennio Morricone, La migliore offerta ha il deficit di voler strafare, finendo col diventare pedante nella parte centrale, nonostante il regista si mostri abile nell’usare la macchina da presa come ulteriore elemento di lettura. Le sue false soggettive, le ampie inquadrature di una casa che è insieme paradiso e inferno, accompagnano lo spettatore verso un finale intuibile ma non scontato che alza il livello generale della pellicola. Peccato per tutta una serie di personaggi e situazioni rimasti accantonati in una sceneggiatura simbiotica: proprio come lo spettatore, non può fare a meno che rimanere incollata al suo protagonista, ai suoi tormenti, alle sue fissazioni, alla sua stessa vita.

di Erika Pomella
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