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Sinister Recensione


Sinister Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Il genere horror si è ingabbiato nei suoi stessi schemi. La paura, quel sentimento scatenato da qualcosa di sconosciuto e imprevisto, è impantanata nelle sabbie mobili della routine, del “mandato a memoria”.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 2/5

Il paranormale è diventato banale. Una piccola percentuale di lavori riescono ancora a risultare freschi e avvincenti, reinventando stilemi ormai consolidati: è il caso, ad esempio, del recente Quella casa nel bosco. Nella maggior parte dei casi però, anche film di buona fattura risultano una stancante via crucis le cui stazioni lo spettatore le ha imparate a menadito da troppo tempo, facendo davvero fatica a distinguere un film da un altro. Sinister fa parte di quest'ultima schiera, figlio legittimo della catena di montaggio dell'orrore: prodotto da chi a suo tempo produsse Insidious e il fortunato Paranormal Activity e diretto dallo Scott Derrickson che ha legato la sua carriera alla fantascienza (suo il remake di Ultimatum alla Terra) e particolarmente all'horror (Hellraiser 5: Inferno e, soprattutto, L'Esorcismo di Emily Rose).

Ellison Oswalt (Ethan Hawke) scrive romanzi utilizzando storie vere di cronaca nera ma dopo il grande successo del suo "Kentucky Blood" non è più riuscito a replicare il colpo della vita. Per ritrovare la vena perduta si trasferisce con la famiglia a King County, Pennsylvania, in una villa che fu teatro della macabra impiccagione di un'intera famiglia, ad esclusione della figlia più piccola, misteriosamente scomparsa. La moglie Tracy (Juliet Rylance), il figlio Trevor (Michael Hall D'Addario) e la piccola Ashley (Clare Foley) non sanno nulla del fosco passato della casa ma Ellison trova subito nuova ispirazione rinvenendo in soffitta una serie di video che riprendono le morti di varie famiglie, tra cui quella che li aveva preceduti nell'abitazione.

Nella maggior parte dei casi però, anche film di buona fattura risultano una stancante via crucis le cui stazioni lo spettatore le ha imparate a menadito da troppo tempo, facendo davvero fatica a distinguere un film da un altro

Grazie all'aiuto di un agente di polizia (James Ransone), Ellison scoprirà il terribile legame tra le morti e la scomparsa dei bambini, dovute al malvagio volere di un oscuro demone babilonese.

La forza del film di Derrickson risiede nella componente thrilleristica e nella rigorosa e metodica indagine scientifica da poliziesco che Ellison compie per cercare materiale per il suo libro. I macabri video sgranati in Super 8 che scorrono sul suo proiettore e la certosina vivisezione dei fotogrammi che lo scrittore fa al computer appassionano lo spettatore e mantengono elevata la tensione. Quello che funziona è la parte del film saldamente ancorata alla realtà. L'ingranaggio si inceppa però quando prende il sopravvento la vena horror: paradossalmente la tensione cala vistosamente durante le sveglie notturne di soprassalto, i rumori sinistri dalla soffitta, gli spettri di bambini morti, immancabili apparizioni improvvise (ma ampiamente preventivabili) di esseri immondi accompagnati da esplosioni di decibel nelle orecchie dello spettatore.

Tutto visto troppe volte. Neanche gli attori sembrano crederci molto (il personaggio di Hawke non colpisce mai l'attenzione, la bambina, fulcro del film, è assolutamente anonima come il resto della famiglia) e scene come quella del ritrovamento di Trevor nella scatola o la discussione tra Ellison e Tracy sono a forte rischio soporifero. La ripetitività delle scene horror è poi amplificata a dismisura dalla durata certo non indifferente. Un film che mantiene alcuni aspetti piacevoli e interessanti ma che sembra destinato a perdersi nel mare magnum di produzioni sostanzialmente identiche di cui il mercato è saturo.

di Marco D'Amato
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