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Pulp Fiction Recensione


Pulp Fiction Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Un film che non ha bisogno di presentazioni. Il capolavoro indiscusso di Quentin Tarantino.

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Voto Silenzio in Sala: 5.0/5
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Difficilmente un film ha saputo sconvolgere completamente il modo di fare cinema. Parliamo di uno dei film più originali, divertenti ed interessanti degli ultimi vent’anni, una vera e propria pietra miliare del cinema degli anni ’90. Un film che ha influenzato intere generazioni di registi, che ha spinto giovani talenti a credere nelle proprie idee e che in generale è entrato in maniera indimenticabile nell’immaginario comune. Del resto il giovane Quentin aveva saputo come stupire le platee nel 1992 presentando quel piccolo gioiello dal titolo Le Iene: un’opera fresca e frizzante, che sprizzava talento e classe da ogni poro. Ed era solo l’inizio. E’ infatti con Pulp fiction che arriva il successo mondiale. Un trionfo di critica e pubblico, palma d’oro a Cannes nel 1994 e la consapevolezza del cinema mondiale di aver trovato un nuovo protagonista indiscusso.

Volendo semplificare al massimo, si potrebbe parlare di quattro storie di violenza che prendono vita sullo sfondo di una Los Angeles disincantata e sanguinaria.

Un film che ha influenzato intere generazioni di registi, che ha spinto giovani talenti a credere nelle proprie idee e che in generale è entrato in maniera indimenticabile nell’immaginario comune

La struttura non è lineare bensì gestita attraverso un meccanismo di continui flashback e sconvolgimenti temporali. Le tre storie si intersecano e si intrecciano; i vari personaggi sono talvolta protagonisti talvolta semplici comprimari, ma il tutto è realizzato con straordinaria semplicità, mai appesantito o contorto, e sempre scandito da un ritmo fresco e coinvolgente, unito a uno stile ben marcato e ormai inconfondibile. Quattro storie di violenza. Spesso è questa la critica che si è mossa a Tarantino, molte volte i suoi film sono stati classificati da critici frettolosi come “iperviolenti” e poco educativi.

Certo, è innegabile che la violenza sia presente. E’ innegabile che il linguaggio sia spesso abbastanza scurrile, ma il tutto non è mai fine a se stesso o ingiustificato. Pulp Fiction altro non è che la celebrazione di un’intera cultura, per meglio dire, quella sconfinata “sottocultura” che ha segnato gran parte della storia americana dell’ultimo secolo, attingendo a piene mani dai racconti polizieschi tipici della cosiddetta letteratura di serie B – particolarmente in auge negli anni ’30 e ’40 – e mescolando il tutto in un turbinoso cocktail di citazioni e riferimenti alla storia di un cinema sotterraneo, malato e scomodo. Una cultura fatta di hamburger e stelle della tv, di miti indimenticabili e canzoni struggenti, che abbraccia tanti temi quanti sono gli interessi di Tarantino, sviluppandosi in una lunga adrenalinica carrellata attraverso la sub-cultura americana, passando dal twist a James Dean, da Marylin Monroe a Elvis Presley. Il tutto segnato da una profonda vena ironica, un’ironia beffarda e ambigua, che celebra, con pari maestria, buffonesco e tragico senza lasciare nulla al caso. E allo stesso tempo disegna personaggi e situazioni che colpiscono allo stomaco lo spettatore e che fin da subito rimangono nella mente incancellabili. Dialoghi irresistibili, frutti di un genio sregolato ed inafferrabile, così perfetti che nemmeno gli attori si permettevano mai di aggiungere o togliere una battuta. La celebrazione della normalità vista attraverso gli sguardi, i gesti, le conversazioni di chi normale non è. Non troppo spesso infatti capita di sentire due gangster che parlano di "massaggi ai piedi". Ma il tutto è sempre stilisticamente perfetto e allo stesso tempo tremendamente reale.

Il cast è stellare - quasi tutti gli attori sfoderano praticamente le loro migliori prestazioni in carriera. John Travolta, grazie all'opportunità data da Tarantino raggiunge una seconda giovinezza artistica, dopo anni di lento declino, regalandoci un personaggio indimenticabile, un sicario eroinomane, compagno “di esecuzioni” con l’eccezionale Samuel L. Jackson (come scordare il passo Ezechiele 25:17?): una coppia diventata icona della storia del cinema. Anche dal punto di vista strettamente tecnico il film è un vero gioiello sotto tutti i punti di vista: la sceneggiatura è geniale (premiata con l’Oscar), la regia è innovativa, ricca di inquadrature indimenticabili che si sposano col ritmo adrenalinico della pellicola; il montaggio infine è un capolavoro di flashback ed intrecci temporali. Menzione d’onore anche per la colonna sonora, anch’essa elemento stilistico della poetica tarantiniana: canzoni indimenticabili, tracce che lasciano il segno e contribuiscono a formare l’atmosfera generale che caratterizza l’intero film. Semplicemente indimenticabile la corsa in macchina sulle note di Bullwinkle Part 2 dei Centurians. Così come la scena al Jack Rabbit Slim ballando You never can tell di Chuck Berry, altra scena simbolica entrata definitivamente nell’immaginario comune. Insomma, un cult che è già divenuto un classico.

di Ivan Zulberti
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