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Batman Recensione


Batman Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Nel 1986 il mondo del fumetto veniva scosso, nelle fondamenta, da un capolavoro di rara bellezza: Il ritorno del Cavaliere Oscuro firmato da Frank Miller, autore che in futuro sarà destinato a cambiare per sempre l'immaginario collettivo di milioni di lettori in tutto il mondo. Traguardo raggiunto nello stesso anno solo da Alan Moore e Dave Gibbons con l'immenso Watchmen.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

L'interesse verso i fumetti da parte dei produttori cinematografici arrivò di conseguenza come una necessità di perlustrare un territorio poco battuto dalla concorrenza. Richard Donner - in una delle sue migliori fasi creative - nel 1978 fece volare sul grande schermo - e per la prima volta - il re dei supereroi: Superman, simbolo popolare del Superuomo Nietzschiano. Il suo sucesso portò la Warner, dopo tanti progetti andati in fumo, a puntare fortumente su Batman, affidando si a Tim Burton per rilanciare al cinema il mito del cavaliere oscuro.

Col senno di poi, chi se non il padre di Edward Mani di forbice poteva riprendere il tema gotico e teatrale del personaggio? Chi mai poteva sviluppare su pellicola la follia del freak? Chi, appunto, se non quel genio visionario di Tim Burton. Il regista americano dopo aver terminate le riprese di Beetlejuice - Spiritello porcello, diede anima e corpo al progetto, lasciando basiti appassionati e non, sconvolti inizialmente per la scelta dell'attore protagonista: Micheal Keaton, lo stesso pazzo porcello del suo lavoro precedente. L'intento di Burton era quello di riportare il personaggio ai fasti di un tempo: lontano dall'epoca pop e palpeggiante degli anni '60, più vicino all'immagine di eroe brutale e complesso tipica delle prime storie del personaggio, scritte e disegnate da Robert Kane con l'ausilio dell'amico Bill Finger - uno, se non il migliore sceneggiatore di comic book degli anni '30. Batman si trasformò così in una creatura alata, una sorta di gargoyle animato dalla vendetta; contrapposto all'eroe, la nemesi più amata, il Joker, reso celebre dalla giullaresca e spassosa interpretazione di Jack Nicholson. Il Batman di Burton risulta un'opera titanica, sviluppata con grande cura e attenzione ai particolari.

L'opera gotica di Tim Burton ha avuto il merito di rilanciare il supereroe della Dc Comics come fenomeno massmediatico.

Il regista suggerisce al personaggio posture imponenti da fumetto: come fosse un enorme statua eretta dal popolo, lo si vede immobile sui cornicioni, giocare con le ombre e irrompere sui cattivi mostrando un mantello che sembra spiegazzarsi in maniera autonoma. Visivamente non ci sono dubbi sul fatto che le atmosfere oscure e nichiliste richiamino quelle del fumetto; lo stesso non si può dire invece della sceneggiatura: frettolosa, non esente da difetti e buchi di sceneggiatura. Tim Burton punta molto sui primi piani, diluendo ritmo e interesse con poca lucidità. Inscindibile dal Batman Burtoniano la colonna sonora, opera di Danny Elfman e Shirley Walker (Batman: La Serie Animata), che conferisce al personaggio uno slancio epico e dinamico.

Se da un lato è possibile accettare alcune scelte stilistiche mirate a stabilire una certa coerenza d'insieme, molte scelte narrative lasciano insoddisfatti e contrastano con le origini cartacee (ma questo non è necessariamente un difetto): l'entrata di Vicky Vale nella batcaverna, Gordon paffutto e imbranato, l'uccisione dei genitori del piccolo Bruce Wayne da parte del Joker e la Bat-dance al museo.

Michael Keaton, sebbene non rientri nell'immaginario moderno di eroe tutto muscoli e parlantina, è comunque dotato di grande fascino ed eleganza. Batman è principalmente una fiaba gotica prima che un film tratto da un fumetto. Minato da un ritmo fin troppo cadenzato e da uno script claudicante, il film cade laddove il sequel si rialza: nell'identità. Le figure abbozzate dei personaggi, unite a un approccio generalmente poco incisivo, rendono il Batman di Tim Burton un'opera che ha avuto il merito di rilanciare il supereroe della Dc Comics come fenomeno massmediatico.

di Vito Sugameli
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