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Il Grande Gatsby Recensione


Il Grande Gatsby Recensione

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Nella primavera del 1922 Nick Carraway (Tobey Maguire), giovane aspirante scrittore, si trasferisce a New York, in una villa sullo stretto di Long Island, confinante con la maestosa tenuta di Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio), milionario dal passato misterioso, celebre tra la bella società newyorkese per le feste sensazionali che è solito organizzare. A Long Island vive anche la bella cugina di Nick, Daisy (Carey Mulligan) con suo marito Tom (Joel Edgerton), ex campione di polo, e attraverso la coppia il giovane scrittore conoscerà la seducente Jordan (Elizabeth Debicki) che lo introdurrà ad una delle feste di Gatsby.

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Conosciuto il misterioso vicino di casa, tra i due uomini si istaura un’immediata simpatia che porta il milionario a servirsi del giovane scrittore per l’unico scopo che muove la sua esistenza: riavvicinare Daisy, grande amore mai dimenticato.

La parabola di Baz Luhrmann è una curva iniziata con Romeo+Giulietta, arrivata al suo apice con Moulin Rouge, precipitata con Australia e ora di nuovo rivolta alle stelle, con un sogno costato 130 milioni di dollari: portare al cinema – ancora una volta, dopo i diversi adattamenti confluiti nell'ultimo del 1974, interpretato da Robert Redford e sceneggiato da Francis Ford Coppola - il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, ovvero la più famosa tycoon story del cinema dopo Citizen Kane. Così come nella sceneggiatura di Moulin Rouge Luhrmann intingeva la penna nei più celebri melodrammi d’amore della storia della letteratura e li riscriveva al cinema al ritmo di rock, pop e tango sullo sfondo di sfavillanti scenografie, ne Il Grande Gatsby il regista australiano si appropria della New York dei ruggenti 20’s, costruendo un kolossal hollywoodiano in piena regola, glamour quanto basta e maestoso in ogni dettaglio. A partire dai meravigliosi costumi – una collaborazione delle sartorie Prada con Tiffany’s - e dalle scenografie mozzafiato, la vorticosa direzione di Luhrmann si arrampica sui grattacieli di New York, sfreccia in auto a suon di hip-hop, scivola fra le ballerine flapper e avvinghia con tutti i cinque sensi lo spettatore abbracciandolo di piume e seta e abbeverandolo di champagne e jazz, di elettronica e caviale. Star incontrastata di questa opera maestosa è ancora una volta Leonardo DiCaprio, un Gatsby magnetico e carismatico (più di quello di Redford), eroe romantico dotato di un sentimento assoluto e spietato, nascosto dietro ad un’irreversibile solitudine. È pur vero però che dove si riconosce, nella scrittura, la mano di Luhrmann è nel personaggio di Nick Carraway, un soggetto letterario di concessione autobiografica, che il regista riscrive quasi replicando l’eroe bohémien interpretato da Ewan McGregor nel 2001, e scegliendo Tobey Maguire che, dopo Spider-Man, si fa nuovamente minuto e anonimo, narratore e soprattutto controparte del fascino senza scampo di Gatsby.

Sebbene il film di Luhrmann meriti la visione se non altro per la capacità di portare al cinema – attraverso luci, colori e musiche - la multisensorialità del romanzo di Fitzgerald, come già accaduto per la pellicola del 1974, anche questo Gatsby non mette a segno fino in fondo l’atmosfera emanata dalle pagine dello scrittore americano. Pur rispettandone e trasponendone a pieno l’estetica, manca la cronaca disincantata, delicata e crudele di un'epoca sul viale del tramonto, di una rete di rapporti che cede sotto il peso di una New York sempre più famelica e di una società che produce mostri di fascino, come il magnate protagonista, e che divora i suoi pesci più piccoli. Se perfetta è infatti la messa in scena del turbinìo di feste e del ritmo metropolitano, meno accurata è la resa dei sentimenti dei protagonisti, annacquata nelle lacrime o nel riso vezzoso di Carey Mulligan (una Daisy di troppe moine), plastificata dalla convenzionalità delle interpretazioni di Elizabeth Debicki e Joel Edgerton o più genericamente semplificata in una diffusa tensione al melodramma operistico.

Così come nella sceneggiatura di Luhrmann intingeva la penna nei più celebri melodrammi d’amore della storia della letteratura e li riscriveva al cinema al ritmo di rock, pop e tango sullo sfondo di sfavillanti scenografie, ne il regista australiano si appropria della New York dei ruggenti 20’s, costruendo un kolossal hollywoodiano in piena regola, glamour quanto basta e maestoso in ogni dettaglio

Laddove le scenografie, i costumi o il (rinunciabile) 3D vengono a mancare, nelle sequenze in interno per esempio o nei dialoghi, la pellicola cambia bruscamente ritmo in favore di una recitazione teatrale e inchiodata. Un tableaux vivant di bellissimo aspetto, ma privo della passione di una grande storia d'amore e – fatta eccezione per il bel finale - della malinconia e lucidità di uno sguardo autoriale che, come il facoltoso protagonista, sia immerso nella decadenza riescendovi eppure ad emergere.

di Aurora Tamigio
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