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Recensione Silenzio in sala
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Dopo la prima, pantagruelica stesura di Mario Puzo del 1975, la sceneggiatura definitiva, ridimensionata e adattata secondo le direttive di produzione ad opera di David Newman e Robert Benton, sarebbe comunque stato un corposo script di 400 pagine, un’epopea che partiva dalle origini dell’eroe venuto da Krypton fino alla sua rivelazione agli abitanti della Terra come difensore della sicurezza del pianeta. L’adattamento cinematografico del più celebre supereroe dell’universo fumettistico mondiale venne quindi concepito come una grandiosa dilogia, iniziata a girare nel 1977 da Richard Donner come unica storia in due parti.

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Ma se il primo Superman venne terminato e distribuito con l’entusiasmo e la soddisfazione di tutti gli addetti ai lavori, il secondo film diede vita ad una serie di fratture produttive – di natura finanziaria, creativa e professionale – che avrebbero condotto alla liquidazione di Donner, e all’ingaggio di Richard Lester per terminare le riprese e rattoppare le crepe lasciate scoperte. L’edizione del 1980 venne distribuita come progetto ibrido, ideato e avviato da un regista e ultimato da un altro. Un’insolita querelle, una rivendicazione di paternità risolta soltanto nel 2006.

The Richard Donner Cut è la versione di Superman II così come venne concepito e avrebbe dovuto essere girato. Ovvero circa 50 minuti di materiale filmico inedito, selezionato da oltre sei tonnellate di pellicola rimasto seppellito negli archivi della Technicolor di Londra, e prelevato dopo più di vent’anni di oblio in occasione della restaurazione della saga in digitale. Grazie al montaggio di Michael Thau, il director’s cut di Donner viene finalmente ultimato e distribuito – in home video – con tutte le sequenze sostituite nella theatrical version da Lester: dalle scene – più di 15 minuti – con Marlon Brando, eliminate per decisione della Warner a seguito dell’azione giudiziaria intentata dall’attore contro la casa di produzione per ricevere l’esoso ingaggio richiesto, alla sequenza della liberazione dei tre super-villain, causata originariamente dall’esplosione di uno dei missili nucleari del primo film – sostituita nel 1980 dall’ambientazione della Tour Eiffel – fino ai dialoghi tra Kal-El e Jor-El all’interno della fortezza della solitudine, e al disvelamento della vera identità di Clark Kent agli occhi di Lois nella camera d’albergo alle Niagara Falls che non poté mai essere girata e di cui viene montato, in questa versione, il provino filmato con Reeve e la Kidder.

Arricchito dall’effettistica digitale del ventunesimo secolo, comunque non invasiva, atta piuttosto a conservare l’impianto visivo live-action degli effetti originari – ottenuti con tutte le tecniche fino ad allora disponibili, sovraimpressioni, stampatrice ottica e la proiezione frontale di Denys Coop per le sequenze di volo con cavi e imbraghi –, la pellicola di Donner conclude l’epico trattamento in due parti di Superman, conferendo maggiore risalto alle trame drammatiche e ai dissidi individuali di un protagonista combattuto tra bene comune e appagamento immanentistico dei sentimenti. Superman II racconta la schisi sentimentale ed esistenziale, laddove nel primo film l’alieno di Krypton inseguiva l’amore e la vanità terrestri trovando gratificazione piuttosto nella vittoria sulla perfidia umana – Lex Luthor – e la difesa del prossimo, qui al contrario si confonde tra gli umani per amare da uomo, divenendo d’altra parte incapace di fronteggiare una nemesi aliena – Zod – che suona più come punizione e ammonimento, e che nell’impossibile risoluzione finale celebra il fallimento individuale schiacciato dai doveri collettivi. Elementi già presenti nella pellicola giunta in sala nel 1980, ma che adesso, con le sequenze inedite, nuovi angoli di ripresa, un montaggio parallelo maggiormente serrato, e soprattutto senza le incongruenze di Lester, raggiungono un propria degna pienezza espressiva.

Un’insolita , una rivendicazione di paternità risolta soltanto nel 2006

Donner chiude l’epopea del supereroe delle masse con una vicenda di precarietà emotiva, che diventa infine agrodolce allegoria della separazione e del distacco – del figlio dal padre, dell’amato dall’amante, del presente dal passato – proiettata all’incerto futuro che ogni scelta intrapresa inesorabilmente comporta.

di Giuseppe Salvo
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