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Recensione Silenzio in sala
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John Matthews (Dwayne Johnson) è un manager di successo con una bella famiglia e un lavoro che lo soddisfa. Fino al giorno in cui suo figlio, il diciannovenne Jason (Rafi Gavron), viene coinvolto in un affare di droga e arrestato.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
Voto utenti: 3/5

In difesa del ragazzo, che rischia dieci anni di carcere, John dovrà trovare il modo di incastrare i veri spacciatori e per farlo dovrà infiltrarsi nel giro del narcotraffico.

Ideato per essere costruito intorno alla presenza scenica di Dwayne "The Rock" Johnson, Snitch è quello che si potrebbe considerare un esperimento non riuscito: un tentativo confuso di ibridazione dell’action a fiato corto in stile Soderbergh con il dramma borghese made in USA. Ric Roman Waugh – già autore di The specialist (2001) e Felon - Il colpevole (2008), certo non capolavori ma almeno film coerentemente inseriti nel loro genere – pare improvvisarsi nell’impacciata regia di una pellicola che prova a contaminare due stili e ad assecondare il gradimento di due pubblici differenti, ma che finisce per incepparsi in ritmi troppo diversi e in un andamento incostante e difficoltoso. È soprattutto The Rock, nel ruolo dell’ansioso ma eroico padre di famiglia, ad apparire ingabbiato in un’armatura corporea che ne limita la verosimiglianza e in una recitazione tanto riluttante quanto drammatica e affettata. Se infatti l’intenzione era quella di strappare l’ex wrestler al suo ormai codificato ruolo di duro non si può dire che l’idea si sia rivelata vincente. Sono infatti numerosi i momenti della pellicola in cui il personaggio di John Matthews oscilla confusamente fra il padre-coraggio e il superuomo che picchia, corre e insegue i malavitosi (un esempio: la sequenza del pestaggio del protagonista da parte di una gang di giovanotti nettamente inferiori fisicamente), incapace di affiancare all'atletismo scenico altrettanta malleabilità interpretativa.

Eppure, nonostante le incertezze nel tratteggiare il protagonista, un fisique du role da action movie e una presenza cinematografica degna avrebbero dovuto essere sufficienti a fare di Snitch una pellicola godibile ai fan del genere. Ma qualcosa nell’idea di Ric Roman Waugh è andato storto. Il tentativo di collocare la vicenda nell’alveo della storia vera, sfiorando il tema - scottante negli Stati Uniti - della giustizia sommaria che ignora il problema dei cartelli della droga e crede di risolverlo invece con severe punizioni ai piccoli o presunti trafficanti è solo accennato attraverso una storia familiare inverosimile per interpreti, ritmo e gestione dei tempi cinematografici.

[Ric Roman Waugh] – già autore di (2001) e (2008), certo non capolavori ma almeno film coerentemente inseriti nel loro genere – pare improvvisarsi nell’impacciata regia di una pellicola che prova a contaminare due stili e ad assecondare il gradimento di due pubblici differenti, ma che finisce per incepparsi in ritmi troppo diversi e in un andamento incostante e difficoltoso

L’ibrido di Waugh è un film di cui è difficile farsi un’opinione: lasciarsi travolgere dal ritmo serrato del thriller o aprirsi al sentimentale e al dramma morale di cui la vicenda trasuda (e a cui strizzano l’occhio anche i personaggi di Susan Sarandon, Michael Kenneth Williams e Jon Bernthal)? Anche il lavoro registico e di sceneggiatura non brilla per originalità. Oltre all'incerta linearità del ritmo (che alterna un andamento narrativo ora lento ora frenetico) la trama stessa del film di Waugh accoglie lungo il suo svolgimento quanto di più noioso offra il dramma familiare e quanto di più banale proponga l’action contemporaneo di argomento narcotico.

di Aurora Tamigio
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