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Recensione Silenzio in sala
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Qual è il significato della perdita? Quale quello dell’abnegazione, del sacrificio, del lavoro di una vita? Che spazio possono trovare l’amore e l’affetto nella vita di un protagonista scontroso come Arthur (Terrence Stamp), moderno Ebenezer Scrooge della working class inglese? Stando vicino alla solare moglie Marion (Vanessa Redgrave), malata di cancro ed impegnata nel coro amatoriale di quartiere, Arthur inizierà un percorso di riscoperta di se stesso attraverso la musica, cercando forse la maniera per riavvicinarsi a suo figlio James (Christopher Eccleston) e a suo nipote.

Una canzone per Marion non è un cancer-movie: nelle intenzioni del suo regista Paul Andrew Williams vuol’essere piuttosto la ricerca su un personaggio, su un’intera generazione, disabituata alla comunicazione, all’espressione dei sentimenti. Williams stesso, autore anche della sceneggiatura, riconosce la nota autobiografica dello script, dichiarando di aver pensato più volte durante la fase di stesura al rapporto tra i suoi nonni, al loro amore durato cinquant’anni, alla malattia e alla morte di lei e al conseguente cordoglio di lui.

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Voto Silenzio in Sala: 3.0/5
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Esprimere se stessi è come una montagna da scalare, una vetta da conquistare.

L’Inghilterra delle terraced house diviene sfondo attivo, cromaticamente opprimente, per la catarsi di Arthur, interpretato da un Terrence Stamp in ottima forma, continuamente in scena, toccante nonostante la scorza burbera che il personaggio impone, capace persino di un mirabile assolo vocale. Vanessa Redgrave comunica con uno sguardo tutta la voglia di vivere di una donna che sa che ogni minuto vale come l’eternità, riuscendo nel non facile compito di esprimere quella malinconica preoccupazione per la sorte di chi resta. I personaggi del figlio James e della giovane direttrice del coro Elizabeth (Gemma Arterton) appaiono invece bidimensionali, abbozzati ed abbandonati alla condizione di personaggi-funzione, la seconda con il ruolo di incoraggiatrice del cambiamento di Arthur, e James come fine ultimo di quello stesso cambiamento. Chi avesse familiarità con le precedenti opere di Williams potrà di certo notare come il regista inglese si trovi ad un nuovo punto di partenza, in particolare in termini di atmosfera, dopo il thriller d’esordio London to Brighton (2006) e l’horror comico The Cottage (2008) (cui ha fatto seguito il dramma storico Cherry Tree Lane, 2010). Eppure si nota una continuità di pensiero riscontrabile nell’immutato interesse per l’indagine dell’interiorità dei protagonisti. Inserendosi nel filone ideale che parte da I ponti di Madison County passando per Marigold Hotel e Amour di Haneke, Una canzone per Marion cerca di evitare l’indugio nel patetismo e nel sentimentalismo. Durante i titoli di coda, però, il sapore che si ha in bocca è un retrogusto dolceamaro, un nodo alla gola mai veramente ammorbidito né sciolto dai precedenti tentativi d’ironia troppo semplici e prevedibili.

L’Inghilterra delle terraced house diviene sfondo attivo, cromaticamente opprimente, per la catarsi di Arthur, interpretato da un Terrence Stamp in ottima forma, continuamente in scena, toccante nonostante la scorza burbera che il personaggio impone, capace persino di un mirabile assolo vocale

di Paolo Sammati
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