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Recensione Silenzio in sala
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Robert Fishman, detto “Fish”, batterista di una hair band degli anni ’80, ha vissuto il sogno di diventare famoso nel mondo del rock ‘n’ roll finché è stato cacciato dal suo gruppo. Vent’anni più tardi, il rocker disilluso, si unisce alla garage band del nipote, gli A.D.D.: ora può finalmente reclamare il trono di ‘dio del rock’ che pensa gli sia sempre stato dovuto e, realizzando il sogno di una vita, porta in giro con sé i più giovani compagni della band.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Inseguendo il sogno di una vita, Rainn Wilson (“The Office”) lascia il suo lavoro impiegatizio nella fabbrica di carta, sperando di diventare, finalmente, un famoso batterista nel mondo della musica rock-heavy metal. Un batterista spesso fuori controllo, sudaticcio e talvolta nudo, come lo vedranno, a sua insaputa, milioni di fan su You Tube, che tenta di cogliere al volo una seconda chance nella vita.

Pete Best. Questo nome non risulterà familiare a tutti. Probabilmente solamente in pochi ricorderanno il più grosso sfigato della storia. Il batterista mancato dei Beatles. L’escluso.

: ora può finalmente reclamare il trono di ‘dio del rock’ che pensa gli sia sempre stato dovuto e, realizzando il sogno di una vita, porta in giro con sé i più giovani compagni della band

Colui che visse nell’ombra, oscurato dal successo planetario dei Fab Four. Robert "Fish" Fisherman fa parte dello stesso poco elitario Club del suo collega anglosassone. Il medesimo beffardo destino accomuna i due percussionisti: essere scaricati dal proprio gruppo prima di assaporare con gusto l’inebriante sapore del successo. Beatles e Vesuvius.

La stessa faccia di una medaglia amarissima. Ma è proprio qui, dalla stazione delle meste D, desolazione e depressione, che parte il treno del buonismo. Per Best l’epilogo ha solo una parvenza di happy ending: la pubblicazione del primo album da solista alla tenera età di sessantasette anni. Quando invece i buoni sentimenti invadono il mondo del cinema, tutto diventa dolciastro, come se del viscoso miele riempisse gli spiriti dell’intera popolazione che anima la pellicola. The Rocker ha le fattezze di uno zucchero filato. Diverte ed appaga inizialmente, per poi risultare stucchevole all’avvicinarsi dei titoli di coda. La morale che detta legge per tutto l’arco del film risulta fin troppo infantile, il tema della seconda possibilità, della chance da raggiungere anche quando tutto appare destinato al baratro ha il retrogusto di un teen-movie e da un momento all’altro ci si aspetta di vedere in scena Lindsay Lohan. I clichè sono tutti presenti: il nerd, il bel tenebroso dal passato tormentato, la ragazza alternat(d)iva piena di elucubrazioni mentali, discografici avidi e senza scrupoli, i genitori bacchettoni e l’attraente madre single. Il tutto condito da gag demenziali capaci di strappare sorrisi, ma alla lunga ripetitive. Il brio, come un riff elettrizzante suonato con una Fender Stratocaster, lo regala senza dubbio il protagonista del film. Rainn Wilson, esilarante ad ogni mimica facciale, dona alla pellicola quell’anima graffiante, che manca invece in una sceneggiatura poco incisiva. Più che a Woodstock o Lollapalooza ci troviamo ad Mtv. Dal Rock di Full Monty al Pop di The Rocker. Provaci ancora Cattaneo.

di Leone Auciello
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