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Recensione Silenzio in sala
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Da Michael Haneke a Paul Andrew Williams, musica e morte sono da qualche anno binomio fisso nel cinema contemporaneo. Dopo aver scrutato gli illustri colleghi sviscerare le dinamiche di coppia legate alla malattia e alla cura della musica, Yaron Zilberman - già premio Oscar per il documentario Watermarks - affronta il dramma di un’orchestra di musicisti sconvolta dall’imminente abbandono artistico e umano del proprio leader.

Nell’anno del venticinquesimo anniversario di carriera, il fondatore di un celebre quartetto d'archi, il violoncellista Peter Mitchell (Christopher Walken), colpito dal morbo di Parkinson, comunica ai propri colleghi di voler abbandonare la musica.

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Voto Silenzio in Sala: 2.5/5
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La notizia improvvisa sconvolgerà il gruppo, in procinto di preparare l’impegnativa Opus 131 di Beethoven, e le vite di ognuno dei membri, rivelando invidie, egoismi e tensioni latenti per anni celate.

Ludwig van Beethoven compose l’Opus 131 nel 1826. 40 minuti di durata, sette movimenti, nessuna pausa, significato sfuggente e ambizioni (mai dichiarate) di requiem. Un’impresa titanica per qualsiasi musicista, una sorta di sfida alla perfezione che si concede solo chi è perfettamente fiducioso delle proprie possibilità artistiche. Per questo tale opera è nella pellicola di Zilberman la composizione scelta dall’ambizioso quartetto per celebrare i venticinque anni di carriera e per questo essa si caratterizza subito nel film come metafora di un’estrema competizione. Il gruppo di musicisti gareggia infatti non solo contro le propria capacità di strumentisti ma anche contro il proprio ego di artisti. Rispetto all’introspettiva opera di Haneke o alla sentimentale di Williams, la pellicola di Zilberman voleva rappresentare non solo il cedere, sotto le crepe del tempo e del destino avverso della malattia, di un sodalizio artistico ma anche la difficoltà estrema di condividere il talento, nella gioia e nel dolore, come in una sorta di matrimonio, ma più sacro e più difficile da mantenere vivo negli anni. Se è vero che di hybris sinfoniche ogni riuscita opera cinematografica avente per tema la musica classica ha fatto il proprio fulcro, dall’Amadeus di Forman al più recente Shine di Hicks, ci si sarebbe aspettato che la sceneggiatura, scritta da Zilberman con Seth Grossman (The Elephant King), sviluppasse al meglio il tema affascinante della sfida all’esecuzione magistrale.

[Ludwig van Beethoven] compose l’ nel 1826

Invece, seppure forte di un cast di giganti - oltre al violoncello Christopher Walken, il primo violino Mark Ivanir, il secondo violino Philip Seymour Hoffman e la violista Catherine Keener - il debutto al cinema di fiction di Yaron Zilberman è un’opera che inevitabilmente manca l'obiettivo e si rivela fragile come l’armonia del suo titolo italiano. Persuaso che la musica classica non sia un tema popolare, il regista sceglie di rinunciare all’approfondimento esistenziale in favore di una scivolata in temi da soap opera e battibecchi borghesi che stonano con un’ambientazione – la New York invernale, un classico del cinema - e interpreti da grande opera. Laddove la musica doveva essere il tema centrale della pellicola, ci si accorge ben presto che in A Late Quartet essa costituisce invece solo uno sfondo, nemmeno troppo originalmente sviluppato, per una trama esile di dinamiche umane scontate e verbose sequenze che fanno in più di un momento rimpiangere le note eroiche di Beethoven. Di contro a qualche soliloquio in cui i protagonisti mettono magistralmente in campo ansie, fragilità e tremori di artisti, la media del film è costituita da un copione che, se fosse uno spartito, avrebbe un’armonia tutt'altro che fragile, inconsistente.

di Aurora Tamigio
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