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The Grandmaster Recensione


The Grandmaster Recensione

Recensione Silenzio in sala
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Ip Man (Tony Leung), vive a Foshan, decentrata località nel sud della Cina, dove pratica per passione le arti marziali. La guerra cino-giapponese che sconvolge il paese costringe il celebre Maestro Gong Yutian (Wang Qingxiang), tenutario di un’antica e gloriosa tecnica marziale del nord rivale a quella praticata da Ip Man, a trasferirsi a Foshan con la figlia Gong Er (Zhang Ziyi).

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Voto Silenzio in Sala: 4.5/5
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In occasione dell’addio del Maestro alle arti marziali, Ip Man e Gong Er si conoscono e si ritrovano protagonisti, oltre che di un’inevitabile attrazione, di un destino che li mette l’uno contro l’altra e poi di nuovo a fianco, nella successione del Maestro Yutian.

Uno dei più bei passi d’amore e guerra mai scritti è il duello fra Tancredi e Clorinda, nel canto XII della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Accecato di rabbia bellica lui, nascosta in abiti maschili lei, i due si affrontano in un corpo a corpo che alterna la descrizione di un assalto militaresco al racconto di uno scontro erotico in cui gli amanti si scoprono tali quando il loro destino infelice è già compiuto. Reminescenze letterarie lunghe cinquecento anni e una cultura figurativa che unisce Oriente e Occidente - in ombre setose e placide luci - generano, nella sequenza del combattimento fra Ip Man e Gong Er nel fastoso Golden Pavillon, una sintesi magistrale dello stile di Kar-wai Wong. Una rappresentazione di rara perfezione stilistica in cui tensione emotiva e bellezza formale si fondono a generare quell’estetizzazione che è ormai firma del regista di Hong Kong e che poco distingue una coreografia guerresca da un incontro amoroso. Sulle note sopranili dello Stabat Mater un montaggio di acrobazie, sguardi e movimenti non solo ha uguale dignità artistica dei poemi che evoca, ma costituisce una delle più riuscite sequenze marziali del cinema orientale (e occidentale) e una delle più originali e intense scene d’amore mai realizzate su schermo.

A tredici anni di distanza da In the mood for love, Kar-wai Wong torna a raccontare ciò che ne ha fatto uno dei più sensibili autori cinematografici: il dualismo uomo-donna, inteso come diversità e come incontro. Di realizzare un ennesimo bio-pic sul maestro Ip Man non vi era necessità né per il cinema – (più o meno) soddisfatto dalla saga di Wilson Yip e Herman Yau – né per il regista cinese, poco avvezzo a narrare miti. Il film d’apertura della Berlinale 63 offre all'autore di 2046 l’occasione di raccontare Ip Man, mentore di Bruce Lee e icona orientale del secolo scorso, con uno sguardo ancora differente dalle due opere precedenti.

Otto anni di lavorazione, una durata originaria di quattro ore, venticinque milioni di budget stimato e un’ambizione: riportare umanità e profondità al mito di Ip Man, strappare il maestro di Bruce Lee alla mera agiografia e restituirlo alla sua gente, agli amori, alle paure e ricreare dall’icona l’uomo.



La più recente opera di Kar-wai Wong non è un film biografico e nemmeno un racconto storico della Cina oppressa, ma ancora una volta la storia di un uomo e di una donna - uniti e divisi da un destino bizzoso - che trova umanità nell’impossibile realizzazione di un sentimento. Il regista sceglie così di dividere la narrazione su due sentieri: quello di un uomo condannato a diventare leggenda e quello di una donna destinata a restare sola. E lo fa in nome di un’idea che, all’undicesimo film realizzato, ha per il suo autore il peso di una poetica: la convinzione che ogni uomo combatta contro una parte femminile e che qualche donna porti sulle spalle il peso di un’esistenza maschile. Il carattere di irreversibilità di ognuna di queste lotte, interiori e non, combattute attraverso il wing chun e non solo, fa dell’intera trama marziale una metafora di un combattimento molto più crudele e violento: quello a cui sempre le grandi vite costringono i propri protagonisti.

The Grandmaster è l’opera della maturità di Kar-wai Wong.

Otto anni di lavorazione, una durata originaria di quattro ore, venticinque milioni di budget stimato e un’ambizione: riportare umanità e profondità al mito di Ip Man, strappare il maestro di Bruce Lee all'agiografia e restituirlo alla sua gente, agli amori, alle paure. Ricreare dall’icona, l’uomo. Soprattutto utilizzare il racconto della vita del Maestro di Foshan per chiudere un cerchio all’interno della propria produzione di regista: una speculazione esistenziale che vede in ogni vita – più o meno gloriosa, più o meno celebre - una battaglia.

Per la sua opera madre, il regista ha ottenuto solo l’eccellenza: due interpreti straordinari, il protagonista di In the mood for love, Tony Leung, e la delicata star di Memorie di una Geisha, Zhang Ziyi; le spettacolari coreografie del creatore dei duelli di Matrix e La Tigre e il Dragone, Yuen Wo Ping; la metaforica fotografia di luci e ombre di Philippe Le Sourd che, con le pompose scenografie, unisce la tradizione pittorica europea cinque-seicentesca con la cromia orientale (intere sequenze del film – compresi i bellissimi interni del Golden Pavillon – ricordano, per composizione e colori, le tele dei Maestri Veneti); gli inserti nella colonna sonora delle intense musiche di Stefano Lentini, già considerato uno dei compositori italiani eredi di Ennio Morricone. Con intenzioni più o meno dichiarate, The Grandmaster è una pellicola che vede il meglio dell’arte cinematografica orientale e occidentale al servizio di un autore che unisce e valica tutte le tradizioni e che, a venticinque anni dal primo film realizzato (As tears goes by, 1988), è ancora in grado di realizzare un'opera che sa di capolavoro.

di Aurora Tamigio
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