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Recensione Silenzio in sala
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Insidious 2 è da molti punti di vista un passo indietro, che riporta James Wan dalle parti del mestierante di alto livello ma a debita distanza dalla dimensione classica del suo cinema artigianale, mirabilmente sbandierata nel suo ultimo, bellissimo L’evocazione – The Conjuring. Un film che esasperava la forma e la solida sostanza del cinema horror di Wan evidenziandone la forza granitica, basata su archetipi piuttosto consueti ma congegnati a meraviglia, con funzionalità e in fondo umile efficacia.

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Voto Silenzio in Sala: 2.0/5
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Il sequel di Insidious - che preconizzava già buona parte dell’esito de L’evocazione anche senza raggiungerne i vertici - appare invece un’operazione più sfilacciata e fragile, meno salda nell’amalgama tra le invenzioni registiche e il tracciato narrativo degli eventi e delle psicologie dei personaggi: due aspetti che finiscono col deragliare sotto i colpi ripetuti di un campionario forse eccessivo di sonorità inquietanti e inquiete e di qualche vezzo registico troppo ostentato. Wan si pone ancora una volta sulla scia di un iper-classico del genere spiritico, il caposaldo Poltergeist, ripristinando orgogliosamente le premesse atmosferiche del capitolo precedente e spalancando palesemente le porte ad un terzo episodio.

La signora velata intende possedere di nuovo Josh Lambert nonostante la sua famiglia abbia cambiato casa, per lasciarsi alle spalle il passato ingombrante e le tenebre di ciò che è stato. In parte può farlo anche lo spettatore, la cui fruizione di Insidious 2 risulta in una certa misura autonoma rispetto al film precedente. Un’opera che dovrebbe e vorrebbe essere un’ulteriore canonizzazione della poetica visiva della mente dietro Saw – L’enigmista e invece finisce purtroppo col costituirne una variante solo apparentemente più compatta e composta, ma in realtà molto più argillosa e macchinosa. Wan dimostra stavolta uno sprezzo non tanto dell’innovazione quanto di ogni forma di originalità interna, una conseguenza diretta della proverbiale tendenza a fare sempre lo stesso film: quanto di elevato e convincente vi era ne L’evocazione viene riproposto in questo caso in una sorta di summa minoritaria del suo cinema, che manifesta a chiare lettere e svilisce l’effetto e l’artificio retorico anziché ri-sottolinearne la potenza, sia cinematografica che orrorifica. Prima di prendere sulle spalle la regia del settimo capitolo della saga Fast & Furious, Wan dirige con una consapevolezza e una fiduciosa autocoscienza dei propri mezzi forse eccessiva, privata di slanci e reali ragioni d’interesse, usurata e sorprendentemente (già) invecchiata. In Insidious 2 – Oltre i confini del male c’è ben poco del glorioso piglio di chi la dimensione industriale - e dunque seriale - dell’horror contemporaneo americano non solo l’ha perfettamente intesa, ma ha talmente poca voglia di scardinarla da ergersene a interprete privilegiato e punto di riferimento indiscusso tra quelli al momento su piazza.

Ne deriva una ridondante ripetitività, sulla quale il film si assesta intorno ai tre quarti della sua durata senza possibilità di una decisiva inversione di tendenza.

La signora velata intende possedere di nuovo Josh Lambert nonostante la sua famiglia abbia cambiato casa, per lasciarsi alle spalle il passato ingombrante e le tenebre di ciò che è stato

Una palude che dovrebbe suonare come un campanello d’allarme non indifferente e che rende a dir poco appiccicaticcio il realismo ultraterreno, con fantasmi e figure oltretombali che passano nelle inquadrature senza mai incidere davvero. Se a Wan si perdona agevolmente il didascalismo di certi passaggi un po’ troppo faciloni (gli indugi sull’esterno della dimora), si è però meno disposti a soprassedere sulla deriva à la Shining della recitazione di Patrick Wilson e su quella piagnucolosa della pur brava Rose Byrne, sul montaggio per associazioni fin troppo telefonato e sull’uso sfortunatamente solo abbozzato del pianoforte come veicolo del perturbante. Se c’è del buono, nel nuovo film di James Wan, è allora da ricercare nella dimensione nostalgica di certi dettagli, che contribuiscono a forgiare una vera e propria elegia del rimpianto per alcuni aspetti non dissimile dallo spirito che aleggiava tangibile intorno a Super 8 di Abrams. In tal senso, il telefono senza fili usato dai ragazzini, giusto per fare un esempio, diventa l’unica forma di modernità oggi concepibile, lo stesso ruolo che il cinema di Wan, col suo sano e non pigro passatismo, si prefigge sempre di ricoprire nel panorama horror contemporaneo.

Riuscendoci, in questo caso, decisamente in parte.

di Davide Stanzione
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