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Recensione Silenzio in sala
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Raccontare un letterato originale e in parte colpevolmente dimenticato, per lo meno in termini di didattica scolastica e sentir comune, non era cosa da poco. Il critico e studioso cinematografico Mario Sesti può dire di aver vinto la scommessa grazie ad un documento filmico altrettanto non convenzionale, che parte dal tragitto fra Piazza Cavour e Piazza Mazzini che Gadda compiva ogni domenica mattina a Roma per indagare le molte sfaccettature di una personalità variegata e incomparabile.

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Voto Silenzio in Sala: 3.5/5
Voto utenti: 3/5

Un documentario che si configura esso stesso come sperimentale instaurando fin da subito una profonda connessione stilistica con la materia trattata, l’unica chiave espressiva possibile per restituirne il calderone lessicale ribollente di complessità e la tortuosa architettura semantica, un ammasso indistinto in cui specchiare a proprio rischio e pericolo la matassa malsana delle nostre vite. In un serpentesco e avvolgente caleidoscopio linguistico, un testo originale in stile gaddiano redatto dallo stesso Sesti e recitato con ardore e profondità da Sergio Rubini si alterna alle meravigliose animazioni di Annalisa Corsi, per non parlare dell’illustre parere filologico dell’espertissima Paola Italia (abnegata studiosa dei testi), della testimonianza di Gifuni (autore dello spettacolo L’ingegner Gadda va alla guerra) e della performance recitativa di Pino Calabrese al Valle, quasi integralmente riportata nel film.

Viene così fuori un ritratto dell’autore di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana dinamico e appassionato, poco arginabile e coinvolgente, che sembra sgusciare via dal lettore/spettatore per poi rigenerarsi in mille spirali fluttuanti proprio come la prosa di Gadda, portatrice di una rivoluzione epocale che non viene calcata retoricamente ma quasi fatta convivere con la normalità di tutti i giorni (la passeggiata rivissuta sotto la guida di Maurizio Barletta, che Gadda lo conobbe davvero), col capo chino di un ometto (stra)ordinario quasi suo malgrado. Eppure, con la radicalità della sua interpunzione e la forza immaginifica dei suoi scritti, Gadda ha intercettato le maggiori istanze revisioniste e joyciane della letteratura europea, convogliandole in una forma di scrittura cosiddetta “spastica”. In altre parole, una tipologia del tutto autonoma di trasferire il proprio mondo interiore su carta che non può rinunciare alla nevrosi e alla rivelazione di un disagio sintomatico: gli elementi freudiani sono infatti sì connessi con l’inconscio ma in Gadda non possono essere scissi da un’oralità sboccata e a suo modo popolaresca, nonostante le forzature auliche ma non intellettualistiche della sua prosa, portata in continuazione a sfidare i limiti polverosi e comunemente accettati. Oltre le colonne d’Ercole del sentore collettivo, lo scrittore milanese metteva in campo un fuoco inesausto di contraddizioni e universi umbratili, generando non di rado un senso di spaesamento in chi si approcciava alla lettura dei suoi testi. Un lavoro divorante, prezioso, unico, del quale oggi sentiamo dolorosamente la mancanza, continuando a percepire a distanza l’eco profondo della sua energia propulsiva.

Sesti dimostra di conoscere tutto ciò in profondità, evitando svariate trappole con acume e sensibilità letteraria oltre che cinematografica. Utilizza foto e filmati inediti, innamorato della potenza gravida dell’autore e dei suoi contrassegni, del corteccia rara delle sue immagini costruite con cura fino al più infinitesimale dettaglio, del sugo concreto della parola gaddiana e del suo potere evocativo capace di farsi sguardo sul mondo e nel mondo.

Viene così fuori un ritratto dell’autore di dinamico e appassionato, poco arginabile e coinvolgente, che sembra sgusciare via dal lettore/spettatore per poi rigenerarsi in mille spirali fluttuanti proprio come la prosa di Gadda, portatrice di una rivoluzione epocale che non viene calcata retoricamente ma quasi fatta convivere con la normalità di tutti i giorni (la passeggiata rivissuta sotto la guida di [Maurizio Barletta], che Gadda lo conobbe davvero), col capo chino di un ometto (stra)ordinario quasi suo malgrado

Un approccio che rende percepibile al meglio il mondo dello scrittore morto a Roma, la sua cognizione del dolore, la capacità magistrale nel restituire anche i rumori del treno e delle galline. Quel che conta sopra ogni cosa rimane però l’espressionismo e la torsione, la pantagruelica efficacia (usando un aggettivo arbasiniano) di questo letterato postmoderno di primaria importanza, che prima di molti altri aveva individuato il peso specifico non da poco del “gomitolo ingarbugliato”, per dirla con Calvino. Nel mondo di Gadda è l’eterogeneità a dominare incontrastata e ad aver diritto di forgiare la realtà, ragion per cui una voce univoca non sarebbe bastata anche solo a tentare di riprodurla su grande schermo. Ecco allora che Sesti ricorre, con acutezza filologica, a linguaggi diversi, intrecciandoli in un crocevia intermediale ancor prima che crossmediale: varie forme d’arte interloquiscono così in un fecondo e continuo botta e risposta simile a un groviglio, secondo un rapporto di reciprocità la cui ricchezza a Gadda, ci si sente di azzardare, non sarebbe affatto dispiaciuta.

di Davide Stanzione
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